" I NOTAI E I SOLDI DEGLI ITALIANI" DI SABINO PATRUNO

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

Questo post non parla di notai, ma dei soldi degli italiani e della loro ricchezza. L'articolo, ovviamente, non ha pretesa di scientificità, ma, stimolato dal recente articolo di Lodovico Pizzati,  serve solo come spunto di discussione per analizzare, ancora una volta, le differenze territoriali del nostro Bel Paese.

Per capire cosa intendo, è necessaria una piccola premessa tecnica. I notai, per ora, sono necessariamente utilizzati per una corposa serie di contratti connessi alla movimentazione di ricchezza: compravendite immobiliari, donazioni, mutui ipotecari, costituzioni di società, cessioni di quote sociali, aziende ecc.

Gli economisti non storcano il naso, è evidente che non tutti gli atti notarili sono connessi a ricchezza in senso proprio e che contrarre un mutuo genera in realtà una passività e non certo una attività. Tuttavia, ai fini che interessano in questo post, anche un mutuo attiene alla ricchezza, dato che le banche fanno una valutazione reddituale positiva del mutuatario, il quale una volta ricevuti i soldi dalla banca non li tiene certo sotto il materasso, ma li impiega secondo i suoi obiettivi: acquisto casa, macchinari, liquidità aziendale e così via: insomma quei soldi entrano in circolo nell’economia.

Ciascun atto che un notaio stipula viene quotidianamente annotato in un registro, chiamato repertorio, il quale, oltre che contenere l’indicazione delle parti ed una sommaria descrizione del tipo di atto stipulato, riporta anche il valore della transazione, a cui corrisponde un “onorario repertoriale”. Questo valore è rilevante ai fini pensionistici, perchè ciascun notaio  versa mensilmente alla cassa previdenziale della sua categoria una percentuale degli “onorari di repertorio”. Una caratteristica di questo tipo di accantonamento pensionistico, è che esso è basato non su quanto ciascun notaio fattura, ma su quanto stipula, indipendentemente cioè dal fatto che il cliente lo paghi o meno e persino se decide di stipulare gratis, per amicizia o pro-bono. Il fatto stesso che l’atto venga iscritto a repertorio, comporta il versamento alla Cassa e poichè ogni atto deve obbligatoriamente essere repertoriato, ecco che non c’è spazio per evasione contributiva, magari perchè legata ad una sottofatturazione.

Vabbè, dirà il lettore, a chi interessano le pensioni dei notai, che già sono ricchi abbastanza e se si pagano un po’ di contributi in più non fanno certo la fame? Come detto, però, non è dei notai che voglio parlare. Poichè ogni atto stipulato è fedelmente registrato nel repertorio, l’analsi dei valori repertoriali ci consente di vedere quanta ricchezza viene intermediata dai notai nelle varie regioni italiane e, quindi, di avere una indicazione indiretta del volume di affari nelle varie aree del paese e di porre in relazione i risultati con le osservazioni di Lodovico sui PIL regionali.

Naturalmente bisogna fare attenzione a evitare di confrontare mele e pere ed è evidente che non è possibile trovare una piena concordanza, dato che il repertorio fotografa i movimenti di ricchezza, dunque transazioni su una variabile stock, mentre i redditi sono flussi e quindi concettualmente differenti.

Tuttavia, il dato repertoriale, grazie alla sua provenienza certa, a mio parere può utilmente essere adoperato per analizzare la relazione tra i pil regionali e consumo, tra reddito ufficiale e reddito sommerso.

E’ infatti evidente che se un evasore si compra casa, questo dato viene comunque contabilizzato nel repertorio notarile e persino l’economia criminale, in qualche modo transita attraverso questi dati: se un prestanome della mafia si compra un’azienda agricola a Corleone o un palazzo a Gioia Tauro la transazione lascia traccia e viene registrata. Da qualche anno, poi, i valori repertoriali non sono neanche significativamente viziati dall’evasione fiscale - almeno nelle vendite immobiliari tra privati - dato che c’è la possibilità di pagare le imposte sul valore catastale del bene venduto e non sul prezzo dichiarato, che è invece quello rilevante per il repertorio.

Ad essere sottostimati sono invece i valori degli atti societari, dato che per questo tipo di atti l’onorario di repertorio ha un tetto massimo che prescinde dal valore della transazione, sicchè i valori di repertorio di aree (soprattutto al nord) dove i notai hanno la possibilità di stipulare molti atti costitutivi e verbali di società, risentono di questa sottovalutazione. Sono poi registrate solo in minima parte le transazioni puramente mobiliari, ma tuttavia, poichè questi movimenti di ricchezza si trasformano prima o poi in immobili o in società, ecco che l’ammontare del repertorio degli atti notarili torna ad essere un utile indicatore della ricchezza  generata o movimentata in una specifica area.

Tra l’altro, i notai sono legati ad uno specifico territorio e la maggior parte dei loro atti sono sottoscritti che persone che vivono o hanno interessi in quell’area specifica.
E' per esempio possibile, ma raro, che un notaio marchigiano stipuli un atto tra due pugliesi, relativo a immobili in Puglia e viceversa, sicchè questi atti sono statisticamente irrilevanti e comunque capaci di elidersi a vicenda. Può capitare invece che un reddito prodotto in una regione venga speso in un altra, come per esempio per notai che lavorano in comuni turistici: l'imprenditore milanese che si compra casa a Portofino genera repertorio in Liguria, ma spende reddito prodotto in Lombardia. Anche in questo caso, però, non credo che i grossi numeri vengano sostanzialmente modificati.

Fatta questa premessa, ho provato ad analizzare i dati repertoriali regionali del 2010, facendo un’operazione abbastanza grezza, ma ritengo efficace: ho cioè diviso il valore di repertorio per gli abitanti delle varie regioni, in modo da avere una sorta di repertorio pro-capite regionale.

Questi i risultati:

Val d’Aosta         16,96 Emilia                12,85

Piemonte          11,31 Molise                8,01
Liguria               14,25 Friuli                  12,10
Abruzzo             11,25 Sardegna           7,88
Trentino             14,25 Marche               12,10 Umbria              11,10 Campania          7,71
Lombardia          14,05 Veneto               12,00
Puglia                 8,37 Calabria             6,88
Lazio                 13,15 Toscana             11,70
Sicilia                  8,28 Basilicata           6,80

La media italiana è 11,26. Diciamo subito che il dato dell’Abruzzo è parzialmente anomalo, perchè sconta il fatto che nel 2009 l’attività nel distretto dell’Aquila aveva subito una notevole flessione a causa del terremoto e quindi in parte dovrebbe aver recuperato nel 2010. Lasciando dunque da parte l’Abruzzo, si conferma, ancora una volta, che, persino tra i notai, ci sono due Italie, con differenze sostanziali tra loro.

Proviamo ora a mettere in relazione questi dati con la distribuzione del PIL pro capite regionale riportata da Lodovico Pizzati nel suo recente post sui poteri di acquisto, con l'avvertenza che Lodovico ha analizzato il PIl del 2007, mentre questi sono dati del 2010 (ma la cosa non non modifica di molto i risultati, perchè la ripartizione dei repertori notarili trai vari distretti regionali è abbastanza stabile nel tempo).

I risultati notarili combaciano più o meno con il PIL per macroregioni, anche se all’interno di ciascuna area vi sono delle vistose anomalie: per esempio in Liguria e Marche c’è una attività notarile non strettamente proporzionata al  PIL dei suoi abitanti.

Se invece utilizziamo il criterio indicato da Lodovico Pizzati nel suo post, provando a considerare anche i trasferimenti fiscali, abbiamo questa tabella, anch’essa riprodotta dal suo articolo:

 

Come evidenziato da Lodovico, con questa ponderazione le differenze tra i PIL regionali tendono ad appiattirsi, ma è evidente che questa parziale omogeneizzazione non si ripercuote sull’attività notarile, che, come detto, fotografa lo stock, ossia sostanzialmente la ricchezza scambiata in loco, tra gli abitanti delle varie regioni. Come puro spunto di riflessione viene da chiedersi dove vada a finire il ritorno fiscale evidenziato da Lodovico ed in generale il flusso di reddito, visto che non sembra tradursi in maggiori compravendite o in nuove società. ( Fonte: http://www.noisefromamerika.org)

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