Gli Usa temono che la festa sia finita - di Andrea Angelini

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1372184471.jpgL’annuncio di Ben Shlomo Bernanke di voler smettere nella seconda metà del 2014 gli aiuti all’economia e alla finanza Usa non sono stati particolarmente apprezzati.

A manifestare il proprio malumore non sono stati soltanto gli ambienti di Wall Street che sono riusciti a sopravvivere agli effetti della crisi grazie all’intervento combinato della Federal Reserve e del Tesoro Usa.

A strillare il proprio sdegno sono stati anche diversi economisti, compresi quelli che non hanno legami così stretti con il mondo dell’Alta Finanza. Tutti a sottolineare che la crisi non è ancora finita e che è ancora necessario l’intervento pubblico per sostenere il mondo della finanza e quello dell’economia reale che in caso contrario si troverebbero a mal partito.

A dimostrazione che oltre oceano è perfettamente chiaro a tutti gli addetti ai lavori che gli Usa sono una economia drogata, che i cittadini e gli operatori economici e finanziari vivono ben al di sopra delle proprie possibilità, grazie ai debiti che hanno acceso. E soprattutto, ma questo ci si guarda bene dal dirlo, che lo stesso dollaro conserva la sua posizione di moneta di riferimento nelle transazioni internazionali, grazie al ruolo degli Usa come prima potenza militare globale.

Una peculiarità confermata da una circostanza precisa. Mentre in Europa sono le banche nazionali a comprare i titoli pubblici, per i titoli Usa i principali compratori sono le banche centrali dei Paesi emergenti che, in tal modo, hanno deciso di attaccarsi alla locomotiva Usa, con tutte le conseguenze che una tale strategia comporta, in termini di dipendenza politica ed economica.

Certo gli Usa sono ancora la prima economia del pianeta ma la sua forza è data da una supremazia tecnologica che la Cina sta insidiando e da una domanda interna che però è drogata. Di conseguenza il dollaro si avvale di una rendita di posizione che è destinata inevitabilmente a scemare man mano che altri Paesi, come appunto la Cina, faranno sentire il loro crescente peso economico e dopo che i Paesi produttori pretenderanno di non vedere più pagate in dollari le forniture di petrolio.

Ad alzare il tiro contro Bernanke sono stati così anche due suoi predecessori alla Federal Reserve come Paul Volcker e Alan Greenspan e addirittura un Paul Krugman, l’economista Usa più ascoltato dall’opinione pubblica americana in virtù delle sue posizioni eterodosse e spesso indipendenti dai desiderata e dagli interessi degli ambienti di Wall Street.

Il fatto che Krugman abbia preso posizione contro un Bernanke al quale evidentemente non va più di fare il maggiordomo delle banche, come fa invece l’attuale inquilino della Casa Bianca, la dice lunga sul fatto che una cosa è la critica all’interno del sistema, un’altra è la critica che di fatto si rivolge contro il sistema. Oltretutto Bernanke si è messo contro quelli che sono i suoi azionisti. La Federal Reserve è di fatto una istituzione privata anche se il suo capo viene nominato dal Presidente degli Usa e poi approvato dal Senato. Non è detto comunque che la dichiarazione di Bernanke abbia poi applicazioni pratiche, considerato che in gennaio scadrà il suo mandato e che ci sarà un altro presidente a gestire la situazione. Ed in questo caso si parla insistentemente di Janet Yallen che guida la sede della Fed a San Francisco.

Oltretutto Bernanke aveva messo le mani avanti sostenendo che la sospensione degli interventi della Fed, da immissioni di liquidità ad acquisto di titoli pubblici e privati, verrebbe avviata se la disoccupazione scendesse dall’attuale 7,6% ad almeno il 6,5% e se non venisse innescato un fenomeno di deflazione. E in certi casi, le parole fanno più male dei fatti e delle decisioni.

Una ipotesi che non fa dormire sonni tranquilli a nessuno negli Usa dato che esso avrebbe conseguenze catastrofiche sul valore delle case. Fu proprio il crollo del mercato dei mutui subprime a fine 2007 ad innescare la crisi finanziaria che con un effetto domino coinvolse banche, società assicuratrici, società di garanzia e milioni di cittadini che si ritrovarono sulla strada.

La debolezza del sistema immobiliare è la stessa di sei anni fa. Negli Usa ci si indebita e si accende un mutuo per comprare case di legno nelle quali il cittadino italiano medio si rifiuterebbe di andare a vivere. Basta poi un granello di polvere nel meccanismo per bloccarlo e farlo collassare. E tutti i protagonisti, tranne ovviamente i cittadini, hanno puntato su prezzi delle case alti e stabili nel tempo.

I timori di una deflazione sono ben presenti nei discorsi di Volcker e di Greenspan che temono un effetto boomerang su tutta l’economia una volta che la Federal Reserve incominciasse a vendere la montagna di titoli che detiene in portafoglio. E i due ex governatori, dopo aver riconosciuto a Bernanke che specie all’inizio della crisi l’acquisto di titoli era necessario, hanno poi infierito sul loro successore accusandolo di avere esagerato. Come se poi non fosse quanto volevano tutti gli ambienti della speculazione a stelle e a strisce.

In realtà gli attacchi dei due ex banchieri centrali appaiono come la classica metafora del bue che dà del cornuto all’asino. In particolare fu proprio Greenspan a gettare le premesse per la crisi finanziaria del 2007-2008. Fu infatti Greenspan, sostenuto a spada tratta dallo stesso Bernanke, all’epoca un suo tirapiedi, a mantenere bassissimi i tassi di interesse nel 2003 e a rendere il denaro a buon mercato.

Una occasione imperdibile per gli ambienti della speculazione Usa che incominciarono a prendere a prestito una montagna di denaro che venne investito nelle operazioni più azzardate ma allo stesso tempo tali da garantire i più alti profitti. Una decisione, quella di Greenspan, che gonfiò in maniera abnorme la bolla immobiliare, con i prezzi delle case andati alle stelle. Una bolla sulla quale banche ed assicurazioni si issarono con entusiasmo, convinte che il gioco sarebbe potuto durare in eterno garantendo profitti elevati per tutti. Tranne ovviamente per i cittadini. Poi all’improvviso il meccanismo si inceppò e l’intero edificio della finanza Usa crollò su se stesso trascinandosi dietro l’economia reale con migliaia di imprese che dovettero chiudere, milioni di cittadini finiti senza lavoro e senza i soldi con cui pagare le rate del mutuo.

L’economia Usa resta comunque molto indebitata anche se questo aspetto, dal punto di vista quantitativo, registra un calo significativo, sia per quanto riguarda le famiglie che il settore finanziario.

La botta del 2007-2008 fa ancora male ma è pur sempre un processo che necessiterà ancora di diversi anni per consolidarsi. E la stessa Federal Reserve sembra essersi posta soprattutto l’obiettivo della stabilità del sistema e non solo e non tanto la difesa del potere dei grandi gruppi finanziari di Wall Street che essa stata ha salvato dalla bancarotta alla quale erano stati trascinati a causa della propria voracità.

Negli Usa la crisi, provocata dall’iniziativa di Bernanke, rischia però di innescare effetti incontrollabili. Alla vendita dei titoli detenuti dalla Federal Reserve in portafoglio, potrebbe aggiungersi quella dei titoli delle Banche Centrali dei Paesi emergenti e a quel punto il debito Usa, che è già ben sopra il 100% del Pil, rischierebbe di non avere più i compratori di cui avrebbe bisogno. Wall Street crollerebbe e sarebbero guai grossi anche per l’Europa che verrebbe coinvolta da un calo generale ed indiscriminato dei listini di borsa.

Da parte sua Krugman ha accusato Bernanke di essere eccessivamente ottimista. Di ritenere che la situazione in termini di crescita economica e di occupazione possa migliorare anche senza gli aiuti della Federal Reserve. Ma l’economia interna, nonostante qualche segnale incoraggiante, continua ad arrancare ed una stretta creditizia, come quella che promette Bernanke, e forse il suo successore, potrebbe anche uccidere definitivamente il malato.

Da tutto questo deriva che la linea prevalente negli Usa è che gli aiuti pubblici siano indispensabili e che è necessario convincere gli investitori stranieri a continuare comprare i titoli del Tesoro Usa.

L’economia americana può e deve vivere, e su questo tra Krugman, Volcker e Greenspan c’è identità di vedute, grazie ala droga che le viene somministrata dall’interno e dall’esterno.

Fino a quando il resto del mondo si stuferà e abbandonerà gli Usa al proprio destino.

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