" Diritti Unicredit, che fare? Un esempio pratico" di Giancarlo Marcotti
L’aumento di capitale sociale che sta interessando Unicredit coinvolge la Banca più importante d’Italia ed una delle più grandi a livello europeo e mondiale, sono quindi diverse centinaia di migliaia, per non dire milioni, le persone interessate e molte di queste non hanno dimestichezza con le operazioni straordinarie di Borsa.
Il dilemma che accomuna tutti gli azionisti, dal più piccolo al più grande è quindi: che fare? Aderire convertendo i diritti? Oppure vendere?
Per dare una risposta a queste domande basterebbe conoscere un dato: il valore delle azioni successivamente alla conclusione dell’operazione di adc, fortunatamente è un dato che non conosce nessuno, quindi tutti gli azionisti si trovano con il medesimo dubbio: che fare?
Se quindi sapere a priori quale si rivelerà la miglior scelta è impossibile ciò invece che un azionista dovrebbe conoscere sono i possibili scenari futuri che si possono prospettare e le loro implicazioni, ciò, se non contribuirà a far decidere nel modo “più conveniente”, perlomeno aiuterà ad effettuare la scelta in maniera più consapevole e questo, soprattutto per la marea sconfinata dei piccoli azionisti è senz’altro la cosa più rilevante.
Queste operazioni straordinarie di Borsa non sono di per sé molto complicate, ma siamo convinti che il miglior modo per spiegare le varie alternative a disposizione degli azionisti sia quello di fare un esempio pratico, vedere dei numeri renderà senza dubbio più comprensibile a tutti le varie implicazioni che ogni scelta comporta, contribuendo ad essere un valido aiuto nella decisione da prendere.
Innanzitutto stabiliamo i termini dell’operazione di aumento di capitale, coloro che detenevano alla data del 6 gennaio, azioni Unicredit (sia ordinarie che di risparmio, ma nell’esempio che riporteremo supponiamo di possedere azioni ordinarie), nel fine settimana successivo si sono trovati sul loro deposito titoli il valore di chiusura “sdoppiato”.
Il numero di azioni, ovviamente, non è cambiato, ma ne è stato diminuito il valore, da 3,982 euro, prezzo di chiusura al 6 gennaio, a 2,622 euro, ed un uguale numero di Diritti Unicredit AxA (la dicitura sta per azione per azione), che erano avvalorati per la differenza cioè 1,359 euro (al di là dell’arrotondamento di un millesimo).
Per quanto riguarda le azioni non c’è ovviamente nessun problema sono rimaste azioni Unicredit come le precedenti (al di là del valore inferiore) con il medesimo ISIN (il codice che contraddistingue ogni titolo quotato) e negoziabili in qualsiasi momento.
Cosa sono questi Diritti? Il Diritto è appunto un diritto (lasciamo perdere la forma, ci interessa la sostanza) che l’azionista può esercitare, e nella fattispecie è di quello di poter comprare, al termine dell’operazione (il 27 di gennaio), un certo numero di azioni Unicredit Ordinarie (due azioni per ogni diritto) ad un prezzo prestabilito di 1,943 euro ciascuna.
Il Diritto è esso stesso un titolo quotato in Borsa e quindi acquistabile o vendibile ai prezzi di mercato, ma ha una caratteristica peculiare e cioè che ha una scadenza che, in questo caso, è il 20 gennaio, dopo quella data il Diritto non è più negoziabile e perde per intero il proprio valore, cioè non vale più nulla dopo la chiusura di Borsa di venerdì 20 gennaio.
La prima ma importantissima precisazione, quindi, è che pur se l’operazione ci concretizzerà il 27 gennaio, l’azionista ha tempo fino al 20 gennaio (ed alcune Banche anticipano al 19 gennaio per motivi che spiegheremo successivamente) per far conoscere all’Istituto presso il quale detiene queste azioni la propria scelta.
Questa scelta viene esplicitata attraverso un modulo che la Banca dovrebbe far pervenire all’azionista e per questo consigliamo vivamente tutti di contattare il proprio Istituto qualora non aveste ancora ricevuto nulla. L’azionista deve quindi sottoscrivere e far pervenire alla propria Banca questo modulo sul quale avrà crocettato la sua decisione, le alternative già prestampate sul modulo sono tre e precisamente:
1 – non aderire all’aumento di capitale quindi dando istruzione alla Banca di vendere tutti i Diritti in carico, da qui si spiega il perché alcune Banche anticipino la possibilità di scelta da parte del cliente al giorno 19, per avere cioè il tempo, nell’ultimo giorno di contrattazione, di vendere sul mercato i Diritti. Naturalmente nulla vieta all’azionista di provvedere esso stesso alla vendita dei Diritti in Borsa tramite il canale di trading online ad esempio.
2 – aderire completamente all’aumento di capitale, ciò quindi equivale ad impegnarsi all’acquisto di un numero doppio di azioni rispetto a quelle detenute (ricordiamo 1 Diritto, 2 azioni) pagandole il prezzo prefissato di 1,943 euro cadauna, ed ovviamente impegnandosi a costituire sul proprio conto la riserva necessaria per il pagamento.
3 – aderire parzialmente all’aumento di capitale, una scelta intermedia quindi, in cui l’azionista intende convertire solo un certo numero (non tutti) dei propri Diritti, dando contemporaneamente alla Banca istruzione di vendere i rimanenti (per evitare che scadano e quindi che azzerino il proprio valore), o provvedendo direttamente alla vendita degli stessi.
Ecco queste sono le tre semplici opzioni possibili, ma per vedere quale sarà la preferibile facciamo, come detto, un esempio numerico.
Supponiamo che alla data del 6 gennaio il Sig, Rossi detenesse 1.000 azioni Unicredit e che egli le avesse in carico ad un prezzo medio di 11 euro. Ciò significa che mediamente egli le ha acquistate ad un prezzo di 11 euro ciascuna, questo dato del pmc (prezzo medio di carico) è normalmente riportato sui fogli esplicativi allegati all’estratto conto titoli che i clienti ricevono periodicamente, ma noi invitiamo tutti i lettori a ricalcolare personalmente il loro pmc. Occorrerà soltanto andare a ricercare quanto sia stato effettivamente sborsato dal cliente per acquistare tutte le azioni detenute nel proprio dossier e dividere questo importo per il numero delle azioni possedute. In pratica cioè, il nostro Sig. Rossi, non importa se in un’unica o in più occasioni, ha acquistato azioni Unicredit pagandole in totale 11.000 euro, avendo in dossier 1.000 azioni ha così un prezzo medio di carico di 11 euro.
Ora sul suo dossier si ritrova 1.000 azioni Unicredit e 1.000 Diritti AxA, quanto valgono in totale? Ovviamente prendiamo come riferimento i valori dell’ultima chiusura di Borsa, quella di venerdì scorso.
1.000 azioni al valore di 2,918 euro ciascuna sono pari a 2.918 euro
1.000 Diritti al valore di 1,7 euro ciascuno sono pari a 1.700 euro
Quindi un totale di 4.618 euro ed una perdita potenziale che al momento ammonta a 6.382 euro (11.000 – 4.618).
Vediamo ora le quattro principali possibili alternative che ha il Sig. Rossi.
Caso A – Il Sig. Rossi vende tutto e chiude l’operazione. Ai prezzi di venerdì scorso, come abbiamo appena visto, l’azionista incasserà 4.618 euro ed il suo investimento gli avrà prodotto una perdita certa di 6.382 euro. E’ banale in questo caso sottolineare che il Sig. Rossi non potrà più recuperare la perdita, avendo terminato l’operazione, ma contemporaneamente non potrà nemmeno vederla aumentare questa perdita (in finanza vanno fatte anche queste considerazioni).
Caso B – Il Sig. Rossi mantiene le sue azioni, ma vende i Diritti. Da questa vendita (sempre nell’ipotesi dei prezzi di chiusura di venerdì scorso) incasserà 1.700 euro. Questa cifra gli andrà ad abbassare il prezzo di carico, perché a questo punto egli in totale non avrà più sborsato 11.000 euro, ma 9.300 euro (11.000 – 1.700) quindi per arrivare ad azzerare le perdite le sue 1.000 azioni dovranno arrivare a valere 9.300 euro, quindi 9,3 euro ciascuna. Ciò implica che, dato che attualmente valgono 2,918 euro, le stesse dovranno aumentare del 218,71% (2,918 + 218,71%x2,918 = 9,3).
Caso C – Ovviamente i due casi precedenti non fanno sborsare all’azionista neppure un centesimo, ma possiamo fare anche il caso di aderire parzialmente all’adc non sborsando neppure un euro, come? Semplicemente vendendo una parte dei diritti e con il ricavato convertire i rimanenti diritti. In questo caso sarà necessario vendere 696 Diritti e convertirne, quindi, 304. Dalla vendita di 696 Diritti si ricaveranno 1.183,2 euro (696 x 1,7 = 1.183,2) e convertire 304 diritti ci costerà 1.181,34 euro (304 x 1,943 x 2 = 1.181,34). Questa operazione non farà diminuire il prezzo di carico visto che ciò che incassiamo lo utilizziamo per acquistare nuove azioni, ma ci farà però aumentare il numero delle azioni in nostro possesso, in questo caso per la precisione di 608 azioni, al 27 gennaio saremo così proprietari di 1.608 azioni. Per recuperare le perdite, avendo un maggior numero di azioni, sarà a questo punto sufficiente che le stesse aumentino di una percentuale inferiore al caso B ed in particolare dato che dobbiamo tornare ad avere 11.000 euro sarà necessario che le azioni arrivino a valere 6,84 euro (11.000 : 1.608 = 6,84). Rispetto al valore odierno quindi il valore dell’azione dovrebbe aumentare del 134,41% (2,918 + 134,41%x2,918 = 6,84).
Caso D – Il Sig. Rossi partecipa completamente all’adc, converte quindi tutti i suoi 1.000 Diritti. In questo caso dovrà sborsare 3.886 euro (1.000x1,943x2) ed incrementerà le proprie azioni di 2.000 unità diventando così proprietario in complesso di 3.000 azioni. Ora il suo prezzo di carico è variato perché avrà pagato complessivamente 14.886 euro (11.000 + 3.886) ma per avere 3.000 azioni quindi avrà un prezzo medio di carico di 4,962 euro (14.886 : 3.000 = 4,962). Per recuperare le perdite, quindi, sarà necessario che il valore delle azioni salga a 4,962 euro. Quindi rispetto al valore odierno il prezzo dell’azione dovrebbe aumentare del 70,05% (2,918 + 70,05%x2,918 = 4,962).
In conclusione, ribadisco, a priori non si può dire quale dei quattro casi che ho sopra esposto sia il preferibile, soltanto la valutazione che avranno le azioni in futuro (sconosciuta a tutti) stabilirà quale sarebbe stata la decisione migliore.
Ciò che invece si può dire è che io ho riportato i quattro casi in ordine di “fiducia” dell’azionista investitore nel futuro del titolo, poiché è evidente notare come il Caso A sia il più pessimistico (si ritiene che le quotazioni scenderanno e quindi si vende tutto) e così via fino al Caso D che è il più ottimistico, in quanto si è disposti ad aumentare il numero delle proprie azioni mettendo mano ancora al proprio portafoglio.
Ecco, ora spero che la scelta che, ripeto, spetta singolarmente ad ogni azionista, possa essere fatta nella maniera più consapevole, sapendo che nessuno ha la verità in tasca e ciò è la sola garanzia per credere in un mercato integro ed imparziale, in una parola in un mercato onesto.