" Diciamo no al fisco dei record con la marcia dei contribuenti " di Daniele Venanzi

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://network.nationalpost.com/np/blogs/wealthyboomer/banner1.jpgOgni anno l’Italia perde diverse posizioni nell’indice delle libertà economiche stilato dalla Heritage Foundation e dal Wall Street Journal. Il fattore che influisce maggiormente sulla nostra ineluttabile discesa agli ultimi posti della classifica è la pressione fiscale da paese sovietico che, nonostante i proclami elettorali, aumenta di anno in anno. Attualmente l’Italia è terza al mondo per la pressione fiscale che si attesta attorno al 43,5%, benché il dato reale balzi attorno al 52%.

 

Come evidenziato in un editoriale di Franco Bechis su Libero del 13 agosto, la manovra fiscale ha di fatto portato il paese al primo posto nel mondo per tasse sulle persone fisiche. Finalmente il belpaese detiene un primato, ma non è di quelli di cui andare fieri. Tutti professori nel constatare che l’Italia non cresce da 15 anni e occorre uscire dalla stagnazione, ma l’idea che diminuire la pressione fiscale possa dare impulso all’economia non sfiora il ministro Tremonti. Prima il rigore dei conti e la lotta all’evasione, ci dicono. Eppure una pressione fiscale così esosa non può che incoraggiarla l’evasione, con buona pace degli austeri spot televisivi. E il rigore dei conti come pensano di ottenerlo se di privatizzazioni e liberalizzazioni proprio non se ne parla e i tagli restano insufficienti?

 

Tasse sul lusso, tasse sul fumo, tasse sulle bottiglie di plastica, tasse sull’aria. Non sarà mica che questa classe dirigente, in eterno disaccordo tranne quando si parla di patrimoniale o contributi di solidarietà che dir si voglia, è stata lasciata troppo libera di fare? Non ci saremo fatti abbindolare dalla favola delle tasse ingiuste ma inevitabili? E’ curioso come gli italiani scendano in piazza per criticare il presidente del Consiglio che si intrattiene con delle ragazze e chinino il capo quando questi, tradendo ogni promessa elettorale, mette loro le fatidiche mani in tasca.

 

Venticinque anni fa Antonio Martino e Sergio Ricossa capeggiavano una marcia di 80.000 contribuenti che rivendicavano il diritto a un trattamento fiscale meno vessatorio. Martino, oggi “frondista” del PdL, ha annunciato una nuova rimostranza per il 23 novembre a Roma e Torino. Oggi più che mai una marcia dei contribuenti italiani non raccoglie soltanto le istanza del popolo delle partite IVA, dei liberi professionisti o, come qualcuno disse nel 1986, degli evasori. Anzitutto perché, come ironizzò lo stesso Ricossa, un evasore che protesta contro le tasse è come un vegetariano che si lamenta per il rincaro della carne e, in secondo luogo, perché il costante aumento delle imposte indirette – un esempio fra tutti le accise sui carburanti – colpisce tanto i liberi professionisti quanto i lavoratori dipendenti.

 

Scendere in piazza il 23 novembre non è una presa di posizione ideologica. Combattere il fisco più vessatorio del mondo è anzitutto una battaglia per lo stato di diritto e il rispetto dell’individuo, oltre che un grande indice di responsabilità per il futuro dell’economia del paese. Ci dicono che aumentare le tasse è una scelta bipartisan. Tale dev’essere anche l’adesione alla marcia di novembre. Non si badi ai millantatori del popolo e a quanti vorrebbero giustificare una tassa con la teoria della lotta di classe contro i benestanti. Questo fisco nuoce a tutti, dall’imprenditore all’operaio. ( Fonte: www.linkiesta.it- Blog)

Daniele Venanzi

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