Crisi economica: cosa non funziona ( parte seconda)
L'attuale instabilità finanziaria nell'analisi di Bruno Musso. L'inadeguatezza della struttura pubblica e l'incapacità di controllo.
Pubblichiamo di seguito il secondo di tre interventi di Bruno Musso, armatore e presidente del Gruppo Grendi, sull'attuale crisi economica.
Laureato in Economia e Commercio e specializzatosi presso la London School of Economics, è al vertice dell'azienda familiare fondata a Genova nel 1828. Con il Gruppo Grendi costruisce nel 1967 la prima nave full container italiana e segue in prima persona l'evolversi della portualità nel capoluogo ligure. Collabora con l'Istituto SiTI per l'elaborazione di un progetto alternativo di sviluppo portuale genovese. Musso è autore di vari articoli e saggi su problemi politico-sociali e del libro Il Porto di Genova - La storia, i privilegi, la politica (Celid, 2008).
Parte II) Inadeguatezza della struttura pubblica
In sintesi quanto detto evidenzia che è venuto il momento di por fine all’annosa polemica tra chi (la sinistra) voleva che le aziende produttrici fossero di proprietà pubblica per meglio garantire le istanze sociali collettive e chi invece (la destra) difendeva la logica privata nella convinzione che il mercato fosse il miglior gestore delle necessità collettive. Con la caduta del muro di Berlino si è confermata la superiorità del mercato, senza però che venisse in chiaro in che misura l’evoluzione produttiva nel frattempo aveva capovolto la situazione riducendo la struttura produttiva ancora gestibile secondo una logica aziendale (capitalismo pubblico o privato) ad una quota decisamente minoritaria. Lo slogan Stato leggero che auspica un futuro tutto privato, gestito dal mercato, è la conseguenza di una logica sorpassata, perché in futuro ci attenderà uno Stato pesante a cui farà capo il ruolo principale e strategico della struttura produttiva. In quest’ottica vanno considerate anche le disfunzioni che producono e amplificano la crisi.
Incapacità di fare. L’incapacità della mano pubblica di realizzare la quota di produzione di sua competenza, impedisce la crescita e la competitività del sistema-paese: infatti l’Italia per crescere ha bisogno di città vivibili e sicure, una giustizia efficiente, uno spazio di ricerca, un aeroporto internazionale e treni veloci che la mantengano nel cuore dell’Europa, nonché un vero porto internazionale in Nord Italia per garantire collegamenti diretti con il mercato mondiale.
Il salto tecnologico/dimensionale verificatosi nel settore aziendalistico ha reso impraticabili tutte le soluzioni tradizionali: ad esempio per risolvere i nostri problemi portuali sono necessarie soluzioni innovative (citiamo quella del Bruco a cui abbiamo collaborato) che la nostra struttura pubblica oggi non è in grado né di capire né di realizzare.
Analogamente si dovrà procedere per strutture urbanistiche, ferrovie, aeroporti, ricerca, ecc. la cui funzionalità è la condizione propedeutica ad ogni possibilità di crescita e sviluppo. A riprova possiamo ricordare che là dove esiste, per motivi storici come in Germania, un migliore livello di gestione pubblica abbiamo i migliori risultati economici del panorama internazionale (forse più significativi anche di quelli cinesi) e lo scarso indebitamento del paese si spiega come conseguenza della maggiore efficienza pubblica. Lo sfascio della struttura pubblica italiana aumenta la crisi generale, in quanto il vero costo della nostra inadeguata classe politica non è tanto l’assurdo onere che essa scarica sul bilancio dello Stato, quanto le immense diseconomie connesse al suo non fare.
Incapacità di controllare. All’inadeguatezza del produrre si aggiunge poi per la mano pubblica l’incapacità di assolvere al ruolo di controllo, coordinamento e condizionamento della produzione privata. Infatti dove occorrerebbe un controllo sostanziale e intelligente troviamo misure eccessive ma formali ed inefficaci; la combinazione del non fare con il non controllare è la principale causa dello scempio perpetrato sull’intero territorio ed in particolare su coste, montagne, patrimonio monumentale, archeologico, centri storici urbani, ecc.; ma è anche il fattore responsabile dei ripetuti disastri prodotti da inondazioni, frane, incendi, ecc.
Anche l’operato delle organizzazioni finanziarie, che così fortemente ha contribuito ad innescare la crisi e che su di essa continua ad agire, non è sottoposto ad alcun controllo efficace da parte della mano pubblica. Ma qui il problema del deficit di controllo si fa più complesso e impone di entrare nel campo dell’economia globale, all’interno della quale il denaro e la liquidità, assumendo forme sempre più virtuali, si spostano con rapidità ignorando i confini degli Stati. In altri settori, più semplici e più collaudati, gli Stati nazionali hanno messo in atto contromisure, per esempio per contrastare la mancanza di vincoli produttivi propri di zone esterne al loro territorio: non potendo porre vincoli nel luogo di produzione, hanno controllato l’introduzione sul territorio nazionale dei vari prodotti, impedendo l’entrata di quelli privi delle caratteristiche richieste. Anche in settori più complicati quali l’armamento si è riusciti a contrastare il dilagare delle bandiere-ombra, imponendo nel momento in cui le navi entravano nei porti nazionali quei controlli, di cui erano prive, sulle caratteristiche di sicurezza, antinquinamento, ecc.
Analoghe soluzioni devono essere messe a punto per le organizzazioni finanziarie, che approfittando dell’estrema mobilità del denaro, operano al di sopra degli Stati, svincolate da qualsiasi controllo formale e sostanziale. La mancanza di regole ha scatenato la peggiore fantasia di molti manager, e ha dato origine a vere e proprie truffe o a innovative architetture finanziarie finalizzate a moltiplicare valori svincolati dall’economia reale.
Diventa emblematico il fallimento truffaldino di Murdoch, uno dei grandi finanzieri americani, che per molti anni ha distribuito come interesse il capitale dei fondi raccolti dagli ignari risparmiatori. La crisi ha rivelato la scomparsa del capitale e la vanificazione dei risparmi. La truffa poteva essere evidenziata all’origine dal bilancio aziendale, che però era stato schermato in un paradiso fiscale, mentre nei paesi di raccolta del denaro comparivano solo derivati finanziari, finalizzati a nascondere il fenomeno.
Meno truffaldina, ma con analoghi risultati pratici, è l’emissione di valori finanziari che moltiplicano a dismisura i beni reali ai quali all’origine sono ancorati; è una catena di Sant'Antonio attraverso la quale le organizzazioni finanziarie nazionali ed estere sono legittimate in pratica a stampare moneta che circola liberamente, fino o a quando la crisi evidenzia che si tratta di moneta falsa. Non siamo in presenza di una previsione errata che produce il fallimento (meccanismo selettivo del capitalismo), ma della mancanza di regole e di controllo che legittima l'abuso.
Le stime quantitative del fenomeno, data la nebulosità del settore, sono approssimate e devono essere prese solo come ordine di grandezza: però si è calcolato che l'ultima crisi ha scaricato sulla collettività a titolo di aiuto pubblico o di perdita dei risparmiatori un costo di 7.000 miliardi di euro, pari cioè all’intero debito sovrano dell’euro zona; questo significa che la liquidità sottratta da pochi con tale immensa elusione avrebbe potuto annullare tutti i debiti sovrani.
Prima della crisi la consistenza totale dei valori finanziari ammontava a svariate volte il Pil mondiale; con la crisi (e gli oneri relativi subiti nel 2009) il valore è ritornato rispetto al Pil a un livello logico di 1 a 1: il valore del capitale uguale al fatturato. Ora nuove valutazioni segnalano che i valori finanziari sono risaliti a 4 volte il Pil mondiale. Sarà così ancora una volta necessario bruciare immense liquidità collettive per annullare questa nuova massa di moneta falsa, che senza controllo è stata messa in circolazione. In questa situazione gli assurdi stipendi dei banchieri sono solo una conseguenza; se per mancanza di regole accettiamo che moneta falsa venga messa in circolazione non meravigliamoci che i manager pretendano per sé qualche briciola di questo fiume di denaro.
Analoghe soluzioni devono essere messe a punto per le organizzazioni finanziarie, che approfittando dell’estrema mobilità del denaro, operano al di sopra degli Stati, svincolate da qualsiasi controllo formale e sostanziale. La mancanza di regole ha scatenato la peggiore fantasia di molti manager, e ha dato origine a vere e proprie truffe o a innovative architetture finanziarie finalizzate a moltiplicare valori svincolati dall’economia reale.
Diventa emblematico il fallimento truffaldino di Murdoch, uno dei grandi finanzieri americani, che per molti anni ha distribuito come interesse il capitale dei fondi raccolti dagli ignari risparmiatori. La crisi ha rivelato la scomparsa del capitale e la vanificazione dei risparmi. La truffa poteva essere evidenziata all’origine dal bilancio aziendale, che però era stato schermato in un paradiso fiscale, mentre nei paesi di raccolta del denaro comparivano solo derivati finanziari, finalizzati a nascondere il fenomeno.
Meno truffaldina, ma con analoghi risultati pratici, è l’emissione di valori finanziari che moltiplicano a dismisura i beni reali ai quali all’origine sono ancorati; è una catena di Sant'Antonio attraverso la quale le organizzazioni finanziarie nazionali ed estere sono legittimate in pratica a stampare moneta che circola liberamente, fino o a quando la crisi evidenzia che si tratta di moneta falsa. Non siamo in presenza di una previsione errata che produce il fallimento (meccanismo selettivo del capitalismo), ma della mancanza di regole e di controllo che legittima l'abuso.
Le stime quantitative del fenomeno, data la nebulosità del settore, sono approssimate e devono essere prese solo come ordine di grandezza: però si è calcolato che l'ultima crisi ha scaricato sulla collettività a titolo di aiuto pubblico o di perdita dei risparmiatori un costo di 7.000 miliardi di euro, pari cioè all’intero debito sovrano dell’euro zona; questo significa che la liquidità sottratta da pochi con tale immensa elusione avrebbe potuto annullare tutti i debiti sovrani.
Prima della crisi la consistenza totale dei valori finanziari ammontava a svariate volte il Pil mondiale; con la crisi (e gli oneri relativi subiti nel 2009) il valore è ritornato rispetto al Pil a un livello logico di 1 a 1: il valore del capitale uguale al fatturato. Ora nuove valutazioni segnalano che i valori finanziari sono risaliti a 4 volte il Pil mondiale. Sarà così ancora una volta necessario bruciare immense liquidità collettive per annullare questa nuova massa di moneta falsa, che senza controllo è stata messa in circolazione. In questa situazione gli assurdi stipendi dei banchieri sono solo una conseguenza; se per mancanza di regole accettiamo che moneta falsa venga messa in circolazione non meravigliamoci che i manager pretendano per sé qualche briciola di questo fiume di denaro. ( Fonte: www.mentelocale.it)