Crisi economica: cosa è successo ( parte prima)

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

Pubblichiamo in questa pagina il primo di tre interventi di Bruno Musso, armatore e presidente del Gruppo Grendi.
Laureato in Economia e Commercio e specializzatosi presso la London School of Economics, è al vertice dell'azienda familiare fondata a Genova nel 1828. Con il Gruppo Grendi costruisce nel 1967 la prima nave full container italiana e segue in prima persona l'evolversi della portualità nel capoluogo ligure. Collabora con l'Istituto SiTI per l'elaborazione di un progetto alternativo di sviluppo portuale genovese. Musso è autore di vari articoli e saggi su problemi politico-sociali e del libro Il Porto di Genova - La storia, i privilegi, la politica (Celid, 2008).
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Parte I - Tecnologia ed evoluzione produttiva

La crescente instabilità finanziaria che coinvolge oramai tutto l’Occidente conferma che la crisi iniziata nel 2009, contrariamente alle prime interpretazioni, non è una semplice fluttuazione congiunturale ma rappresenta lo sbocco di un profondo mutamento che impone, come già per la crisi del 1929, un sostanziale cambiamento a livello politico-sociale. Ovviamente queste svolte epocali non nascono nel momento in cui si manifestano, ma sono il portato di progressive mutazioni, che rimangono in incubazione per molti anni fino ad esplodere per fatti spesso marginali e casuali.

Il precedente storico: la crisi del 1929. Per analizzare l’attuale crisi può essere utile riportarsi a quella del ‘29, evidenziando nelle due congiunture i punti di analogia e gli elementi scatenanti.

- Alla fine degli anni ‘20 la maggioranza della popolazione aveva da poco acquisito, almeno a livello formale, il potere politico (in Italia il suffragio universale è stato concesso nel 1911); ma era esclusa dal potere economico che faceva capo ad un’esigua minoranza borghese (meno del 5%) che fruiva di tutte le risorse economiche.

- Specie a seguito della Prima Guerra Mondiale il salto tecnologico aveva fatto crescere enormemente le possibilità produttive. L’anno prima della crisi, nel 1928, Keynes in una lezione universitaria (ripubblicata recentemente in Italia da Adelphi con il titolo Possibilità economiche per i nostri nipoti) aveva calcolato che il reddito pro capite avrebbe potuto crescere in un futuro assai prossimo di ben quattro volte. Questo però rendeva possibile e necessario un salto sociale che allargasse il numero degli aventi diritto, cioè dei possibili fruitori di tale aumento produttivo.

- Per modificare la situazione ed adeguarla alle nuove possibilità/necessità, occorreva attuare molti cambiamenti ed eliminare troppi privilegi; pertanto gli economisti (appartenenti tutti alla classe dei privilegiati) preferirono muoversi nel solco delle teorie economiche classiche, basate sul principio l’offerta  crea la propria domanda, secondo cui la disoccupazione non può esistere: infatti non è concepibile uno squilibrio strutturale in quanto i sistemi economici si autoregolano e raggiungono automaticamente il massimo della propria potenzialità produttiva e dell’occupazione. La drammatica disoccupazione che nel ‘29 arrivava al 30% (reale) della forza lavoro, non è stata sufficiente a scalzare i pregiudizi: gli economisti, negando l’evidenza, giunsero a sostenere che i disoccupati erano tali solo perché esigevano un salario (e che salario) superiore alla loro bassa produttività.

Con questi presupposti i problemi posti dalla crisi diventavano irrisolvibili, mentre si accentuava l’instabilità politico-economica e dalla notte della ragione nascevano le dittature e la Seconda Guerra Mondiale. Solo dopo la guerra, a dramma consumato, il cambiamento divenne possibile e con La Teoria Generale di Keynes (scritta già nel ’36), gli Stati riuscivano a sostenere gli sviluppi produttivi, con una disoccupazione contenuta a livello fisiologico. Così, usando e abusando delle teorie keynesiane, lo sviluppo produttivo si è mantenuto, arrivando all'insperato sviluppo delle democrazie moderne, caratterizzate da un forte aumento di benessere della collettività, con il 50% della popolazione che fruisce del 50% delle risorse. Il meccanismo ha retto fino alla fine del secolo scorso, producendo le evoluzioni tecnologiche e sociali che, a 80 anni di distanza, hanno riprodotto una situazione di crisi.

Caratteristiche dell’attuale struttura produttiva. Benché gli elementi che condizionano i fenomeni economici siano molteplici, vogliamo qui metterne a fuoco solo alcuni considerati determinanti, in quanto vediamo gli altri più come la conseguenza che la causa di quei fenomeni. È noto che la resistenza di una catena è determinata dal suo anello debole, sul quale è necessario agire perché, avendo la possibilità di modificare la portata dell’intero sistema, è quello che contiene in sé le forze necessarie al cambiamento.

Nell’ultimo mezzo secolo (come prima della crisi del ‘29) il livello tecnologico e la capacità produttiva sono fortemente cresciuti, rendendo possibile una parallela crescita della ricchezza della collettività. Prendendo in considerazione anche un solo indice significativo quale il traffico a container, che peraltro misura lo scambio reale dei prodotti finiti, in Europa dal 1970 al 2010 verifichiamo un aumento di 70 volte. Oggi però la crescita si è fermata, nonostante che nessun elemento a livello produttivo-tecnologico giustifichi questo arresto e anzi proprio negli ultimi decenni con le grandi possibilità dell’elettronica avremmo dovuto registrare un ulteriore aumento di benessere.

I rimedi adottati dai Governi per fronteggiare la crisi sono di tipo tradizionale e desunti dalle leggi dell’economia classica: difficilmente potranno reggere in una realtà così mutata.
Vediamo gli elementi caratterizzanti della nuova realtà produttiva.

- La produzione, che è un tutto organico, non può crescere in una sola parte se contemporaneamente non crescono le altre parti ad essa funzionalmente connesse: se produciamo più automobili dobbiamo costruire più strade. Ma al presente dobbiamo constatare che se la parte aziendalistica a logica capitalista si è fortemente sviluppata (costruzione di automobili, navi, elettrodomestici, elettronica, ecc.), la parte collettiva a logica pubblica (strade, autostrade, ferrovie, porti, strutture urbane, ecc.) non si è adeguata, creando così le strozzature che impediscono la crescita.

- È sempre più semplice produrre ma più difficile coordinare e controllare il ciclo produttivo o le caratteristiche del prodotto. Difficile combattere la sofisticazione specie in alcuni settori quale quello finanziario, che si muove in un mondo virtuale internazionale. Difficile fare fronte alle nuove necessità, prima scarsamente sentite, connesse ai vincoli ecologici, paesaggistici, ai controlli di sicurezza, fiscali, ecc. L’inadeguatezza dell’intervento pubblico paralizza l’intero ciclo produttivo.

Questi elementi hanno portato, senza che ce ne accorgessimo, a una vertiginosa crescita della quota pubblica all’interno della struttura produttiva: basti pensare alla parte istituzionale con i tre poteri: giudiziario, legislativo ed esecutivo. Abbiamo parlamentari e ministri a livello nazionale, a cui si aggiunge l’articolazione sul territorio della magistratura nonché di regioni, province, comuni con tutti i consiglieri, gli assessori, i funzionari e i vari uffici sia centrali che periferici. In Europa, fino al 1945, agricoltura e industria rappresentavano l’85% dell’occupazione (percentuale quasi invariata rispetto all’87% dell’inizio secolo); i servizi occupavano quindi il restante 15% e comprendevano sia la parte pubblica (forse un 8%) sia i servizi privati. Nel 2001 la quota globale dei servizi è salita al 71% per cui anche ipotizzando una forte crescita dei servizi privati che arrivi al 21% (pari all’industria), rimane alla parte pubblica un 50% dell’occupazione totale. Così la parte pubblica istituzionale da elemento marginale della produzione (meno del 10%)  è diventata l’elemento principale, con una crescita in mezzo secolo di oltre 5 volte. Il fenomeno è ulteriormente destinato a salire; infatti:

- La democrazia implica che il cittadino voglia diventare soggetto e non oggetto delle decisione pubbliche che condizionano il suo futuro e benessere, per cui, specie per quanto riguarda l’uso del suo territorio (cioè quasi sempre), egli chiede un maggiore spazio partecipativo senza del quale nulla può essere realizzato. Si veda il caso dei No Tav.

- L’aumento produttivo aziendale a logica capitalista si scarica sul territorio con impatto crescente perché richiede più immobili e più mobilità di persone e cose; diventa così sempre più difficile realizzare la compatibilità e quindi la mediazione tra le necessità della produzione e quelle della popolazione, cioè uno sviluppo compatibile.

Vi è poi un ulteriore moltiplicatore dell’intervento pubblico che si vede costretto a coprire non solo la parte rigidamente istituzionale ma anche alcuni settori (principalmente servizi) che, pur suscettibili di produzione aziendale, richiedono un maggior controllo pubblico in quanto:

- operano in regime di monopolio naturale e l’operatore privato, nella sua strutturale ricerca del profitto, non persegue l’efficienza ma la rendita pagata dalla collettività.

- la modalità di erogazione condiziona le scelte strategiche dell’uso del territorio e spesso la massima efficienza aziendale non coincide con le necessità della collettività.

- soddisfano necessità irrinunciabili quali la sanità e l’istruzione che in una democrazia devono essere garantite ad ogni cittadino, indipendentemente dalle sue possibilità economiche. ( 1- segue)

Fonte: www.mentelocale.it)

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