CAMBI: L'EURO VOLA A 1,40 DOLLARI

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

L'euro e la sterlina volano ai massimi da febbraio nei confronti del dollaro che, sempre più debole in attesa dei dati sull'andamento della disoccupazione negli Stati Uniti, scivola ai minimi da 15 anni nei confronti dello yen, a minimi storici verso il franco svizzero e al livello più basso dal 1983 nei confronti del dollaro australiano.

 

"Troppa volatilità nei cambi ha implicazioni negative" tuona il presidente della Banca Centrale Europea (Bce), Jean Claude Trichet. "Ne parleremo a Washington" aggiunge.  La "guerra dei cambi" si prepara così a sbarcare e dominare le discussioni delle riunioni del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e il G7 dei ministri delle finanze e dei governatori. "I tassi di cambio - hanno fatto sapere dal ministero dell'Economia del Canada, che presiede il G7 - saranno oggetto della cena di lavoro che avrà luogo Venerdì".

 

"La minaccia di una guerra delle valute è seria": "Bisogna avanzare delle proposte per evitarla" afferma il direttore generale del Fmi Dominique Strauss, osservando - in un'intervista a Le Monde - che "lo yuan sottovalutato è motivo di tensione nell'economia mondiale e potrebbe diventare una minaccia. Se vogliamo evitare di creare le condizioni per una nuova crisi, la Cina deve accelerare il processo di apprezzamento dello yuan".

 

La Cina "vuole fare la propria parte nella riduzione degli squilibri globali" ma - avverte Yi Gang, direttore dello State Administration of Foreign Exchange, l'agenzia cinese che si occupa dei cambi - un apprezzamento troppo rapido dello yuan provocherebbe turbolenze sull'economia cinese. Strauss Kahn cerca comunque di smorzare i toni sulla guerra della valute: La parola "guerra, che io stesso ho usato - spiega -, è un pò troppo militaresca". Ma ammette: "E' giusto dire che molti paesi considerano la loro valuta un'arma e quetso non è un bene per l'economia globale". È necessario - esorta Strauss Kahn - recuperare e rafforzare lo spirito di collaborazione. E questo perché "non c'é una soluzione nazionale per una crisi globale".

 

Una battaglia sui cambi "rischia di rallentare la ripresa economica" aggiunge Strauss-Kahn, scartando l'ipotesi di un ritorno ad accordi sulle valute come quelli degli anni '80, come l'accordo del Plaza o quello del Louvre. Il Fondo - osserva - può giocare un ruolo importante nell'aiutare gli stati membri a mettere a punto politiche valutarie coerenti con una crescita economica bilanciata.

 

La gente comune nei paesi che attraversano una profonda crisi economica - dice ancora Strauss-Kahn - paga per "gli errori commessi dai vari governi nei decenni precedenti", sottolineando che "per questi paesi non c'é scelta. Per la gente è dura. I governi di tali paesi devono prendere misure rigide".

"Ha ragione e capisco il messaggio del segretario al Tesoro americano Timothy Geithner, e lo ringrazio per credere che il Fmi sia il posto giusto per discutere" di cambi: "Noi siamo pronti", afferma commentando le parole di Geithner che mercoledì ha suggerito di legare la riforma della governance del Fondo alle politiche valutarie e al contributo dei singoli Paesi al ribilanciamento dell'economia.

 

"Capisco Geithner che chiede una maggiore responsabilizzazione dei membri del Fondo" e, infatti, il suo messaggio, "é rivolto ai membri del Fmi".  In pratica - spiega Strauss Kahn - Geithner dice ai paesi membri: "Se volete avere più voce, più peso nel Fmi, dovete assumervi una maggiore responsabilità nella stabilità del sistema". C'é un ampio consenso sulla necessità di aggiustamenti sui tassi di cambio ma "fortunatamente - mette in evidenza il numero due del Fondo John Lipsky - non siamo in guerra".

Ad ammonire sui rischi che comporta una guerra dei cambi è anche il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick: le tensioni sui cambi possono portare a nuove crisi. Strauss Kahn e Zoellick si soffermano anche sullo stato dell'economia: La ripresa procede, c'é, ma è fragile. E - osserva Strauss Kahn - è gravata da quattro rischi principali, in primis la crisi del debito. "La crisi per noi non è finita fino a quando non ripartirà il mercato del lavoro". ( Fonte: www.americaoggi.info)

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