Buchanan, il caposcuola degli austeri - di Roberto Marchesi ( Dallas - Texas)

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1369416961.jpgNel recente articolo “Olli Rehn e Paul Ryan, padrini del rigore, genitori della recessione” descrivo sommariamente lo scontro ideologico tra la linea del rigore per la riduzione dei debiti statali, sostenuta appunto da Rehn e Ryan, rispettivamente responsabili economici per l’Europa Comunitaria e per il partito repubblicano americano, contro le teorie economiche “keynesiane” sostenute da diversi prestigiosi economisti, tra i quali i due premi Nobel Krugman e Stiglitz.
Ma Rehn e Ryan sono dei politici, non degli economisti, quindi le loro scelte economiche non sono “farina del loro sacco”. Nel precedente articolo avevo citato come fonte del loro (sciagurato) pensiero rigorista gli economisti di Harvard Carmen Reinhart e Kennet Rogoff, ma a loro volta i due accademici nord americani facevano riferimento alle teorie di un economista che, non solo ha vinto anch’egli il premio Nobel (nel 1986), ma fu il principale ispiratore delle scelte economiche sia del presidente Reagan che della “Lady di ferro” Margaret Thatcher. Il nome di questo economista è James M. Buchanan, scomparso proprio nel gennaio di quest’anno alla veneranda età di 93 anni. A lui sono ispirate le principali teorie economiche fondate sul rigore e sul liberismo e, nella sua lunga carriera, ha avuto modo di dirigere le cattedre di diverse prestigiose università americane e di fondare prima il Thomas Jefferson Center for Studies in Political Economy, presso l’Università di Virginia in Charlottesville, poi, insieme all’economista Gordon Tullock ha fondato il “Center for Study of Public Choice”, ed è stato riverito “Senior fellow” al Cato Institute di Washington, il più noto istituto americano di studio e ricerca ad indirizzo economico strettamente libertario.
Pur definendosi egli stesso un libertario, amava precisare che la definizione doveva intendersi sotto un profilo accademico, non politico.
Lui infatti vedeva la necessità di imporre regole e rigore nelle scelte economiche proprio come una difesa contro i guasti che i politici, nelle democrazie, possono procurare al paese.
A lui si deve l’infelice idea, poi trasformata in vincolo costituzionale (“importato” recentemente anche nell’Europa comunitaria) di mettere un tetto al debito che lo Stato può raggiungere. In questo modo, troppo empirico purtroppo, lui ha pensato di poter costringere i governanti ad una maggiore attenzione e serietà nel decidere quali spese sostenere. Una maggiore cautela nella pianificazione delle spese che dovevano essere commisurate ad una politica di bassa tassazione e di libera impresa sarebbe andata pienamente nell’interesse della popolazione e delle future generazioni.
Per queste sue idee e teorie ha ricevuto il premio Nobel nel 1986. Ma la sua “fissazione” sul “rigore” non era limitata alle sue teorie economiche, anche nell’insegnamento aveva lo stesso atteggiamento rigido, dispotico, indisponente, che a qualcuno poteva ispirare ammirazione, ma ai più infondeva solo totale soggezione e autentico “terrore” e molti non mancavano di lamentarsene.
Personalmente, pur concedendo l’onestà intellettuale al pensiero economico di Buchanan (che, come abbiamo visto sopra, era in funzione dell’interesse della popolazione) non mi trovo d’accordo su questa linea economica perchè, come appare evidente dagli eventi degli ultimi vent’anni, e specialmente negli ultimi tredici, il rigore viene applicato dai politici nel tempo sbagliato e sempre nella stessa direzione, cioè verso le fasce medio basse di reddito della popolazione.
E questa invece era proprio la ragione principale dell’impegno intellettuale di Buchanan. Lui aveva notato che i politici, con poche eccezioni, perseguivano principalmente il proprio interesse politico (o peggio personale) anche quando proponevano provvedimenti che andavano a soddisfare le richieste dei propri elettori. Questa propensione ad ingraziarsi le simpatie degli elettori, spendendo a larghe mani denaro pubblico ed indebitando così oltremodo lo Stato, era la principale ragione che spingeva Buchanan a predicare il rigore con rigidità. Che abbia avuto una visione corretta di questi abusi che i politici commettevano nel proprio interesse immediato, al costo di un debito che poi andrà a ricadere sulle future generazioni, è innegabile. I politici però hanno preso da lui (ancora una volta) solo ciò che a loro conveniva. Tutti i liberisti del mondo, infatti, hanno immediatamente “sposato” le sue teorie al fine di imporre limiti e rigore nelle spese statali (che necessitano una pesante imposizione fiscale) e infiniti limiti alle possibilità di ingerenza dell Stato nelle scelte che invadono il campo dell’economia e finanza private. Ma queste teorie hanno il grave difetto che funzionano solo quando il paese è in crescita economica.
Buchanan ha perciò sbagliato a non considerare l’utilizzo improprio e sfasato che i politici avrebbero fatto delle sue teorie e delle sue regole.
Gli esempi ci vengono sia dall’America che dall’Europa. In America, dove il tetto al debito statale era già in vigore negli anni 90, e con Clinton era stato finalmente raggiunto il pareggio del deficit, con Bush si è avuta una escalation “geometrica” del debito pubblico, che ha richiesto numerosi aumenti del tetto, approvati dal Congresso senza che nessuno trovasse niente da dire. Ma non appena è scoppiata la crisi del 2008 e gli aumenti al tetto del debito sono stati richiesti per finanziare i poveri, gli ammalati e i disoccupati, solo allora i politici (specialmente i “liberisti”) si sono ricordati delle teorie di Buchanan con la pretesa di applicarle rigidamente.
In Europa è avvenuto anche di peggio, perchè le politiche del rigore e il tetto all’indebitamento, che in Europa non c’era, i nostri politici hanno deciso di applicarli proprio nel momento più sbagliato, quello della recessione, con gli effetti nefasti che sono sotto gli occhi di tutti.
Buchanan ha visto giusto avvertendo i politici che “In una democrazia il deficit statale è molto facile da fare, ma poi è molto dificile da cancellare”, e ha visto giusto dicendo che i politici pensano esclusivamente ai propri interessi. Il problema è che i politici lo ascoltano solo dopo che hanno già aperto voragini nel debito statale, e comunque, anche quando lo ascoltano, sentono solo il richiamo a ridurre il debito (che loro stessi hanno fatto) scaricandolo sui cittadini. L’altro richiamo, a spendersi nell’interesse della popolazione, quello non lo sentono mai.
Fonte: www.rinascita.eu

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