" Breivik, Sofri e la follia" di Daniela Ovadia
E così alla fine Anders Breivik – l’autore della strage di Utoya, in Norvegia, che ha assassinato a sangue freddo oltre 70 ragazzi in nome della superiorità della razza bianca e di altre follie nazistoidi – è stato condannato alla pena detentiva massima concessa dalla legislazione norvegese: 21 anni. Avrebbe rischiato molto di più se lo avessero dichiarato incapace di intendere e di volere e pericoloso per la società: in quel caso sarebbe finito in un ospedale psichiatrico, probabilmente a vita. Non a caso i suoi avvocati hanno subito annunciato che non si appelleranno alla sentenza: lo avrebbero fatto se fosse stato dichiarato “matto”, perché colui che ha ucciso per provare la propria supremazia sugli altri non avrebbe potuto tollerare un tale oltraggio.
In questo editoriale, uscito sabato su La Repubblica, Adriano Sofri vede in questa decisione una presa di coscienza della società norvegese, come se i giudici avessero voluto dire: il male è dentro di noi, è parte della normalità e non è frutto della follia.
Sarà: io leggendolo sono rimasta alquanto perplessa, non tanto perché non condivida dal punto di vista emotivo quanto sostiene, ma perché leggo, nel suo modo di trattare l’argomento dei crimini e della follia, un errore metodologico importante, che ha ripercussioni anche sul come vorremmo che i giudici pronunciassero le sentenze.
Quel che la legge chiede al perito neurologo o psichiatra non è se l’imputato è “pazzo” nel senso comune del termine: chiede invece se è capace di comprendere la gravità di ciò che ha fatto e non solo a posteriori ma anche nel momento dell’azione. L’imputato, mentre uccideva, si rendeva conto delle conseguenze che le sue azioni potevano avere per le vittime e per se stesso? Breivik e altri assassini del suo genere sanno benissimo inquadrare le proprie azioni dal punto di vista dei valori morali comuni e persino della legge. Sono in grado di frenare i propri impulsi finché non vi sono le condizioni più adatte alla realizzazione dei loro piani. Sanno che commettendo quei crimini rischiano di andare in prigione, o di morire, e accettano queste conseguenze in nome di un valore per loro più grande. Sono in sostanza capaci di intendere e di volere, ma non significa che siano necessariamente sani di mente.
Non ho letto le perizie effettuate su Breivik ma dai racconti riportati sui giornali sembra chiaramente un caso di personalità antisociale: è sempre vissuto in isolamento, coltivando un personale delirio di grandezza e superiorità. Il suo comportamento, durante e dopo la strage, dimostra che non è capace di empatia e, di conseguenza, di pietà. Il suo eloquio durante il processo, i sorrisi, l’abbigliamento sempre impeccabile, rivelano la sua volontà (e in parte anche capacità) di sedurre l’interlocutore. Ha bisogno di essere curato? Certamente sì, anche se i margini di recupero delle psicopatie gravi sembrano (le statistiche in verità sono poche e lacunose) assai scarsi. In questi casi, anche se è istintivo cercare risposte filosfiche ai dilemmi filosofici, dalla natura del male a quella dell’uomo, bisognerebbe fermarsi un attimo e pensare che la legge non deve rispondere alle grandi domande, ma deve attenersi ai dati oggettivi, tecnici.
Non c’è alcun dubbio che Breivik sia un individuo pericoloso, e di questo sono consapevoli anche i giudici che, pur ritenendolo responsabile delle sue azioni, hanno utilizzato un escamotage giuridico, quello della detenzione “preventiva”, per consentire in futuro ad altri giudici di prorogare la pena e aggirare così il civilissimo limite di 21 anni che la Norvegia ha scelto per punire i propri criminali.
Forse nessun legislatore, lassù al Nord, si immaginava di trovarsi un giorno davanti a un personaggio di questo genere. O forse chi ha scritto le leggi pensava, sbagliando, che per trucidare a sangue freddo decine di adolescenti piangenti bisogna per forza essere matti.
PS: io, con la pancia, avrei preferito vederlo rinchiuso a vita in un ospedale psichiatrico. Ma è un giudizio emotivo e non razionale. Non sarebbe stato giusto nei confronti di chi è davvero in preda a impulsi non governabili quando commette reati che in fondo non vorrebbe commettere. E non sarebbe stato giusto nei confronti di Breivik, che sconterà i suoi crimini con una pena che i suoi concittadini ritengono appropriata all’efferatezza con cui li ha perpetrati.
Fonte: www.lescienze.it