" Banche, la lezione danese: a pagare sono i soci e non i contribuenti " di Silvano Fait
Le banche danesi sono in una forte crisi di liquidità. E ora il governo sta pensando a nuove misure di stabilizzazione. Non sarebbe la prima volta. Le prime forti crepe nel sistema finanziario danese risalgono all’estate del 2008, quando la Danmarks Nationalbank ha dovuto cominciare a fornire liquidità alla Roskilde Bank per garantirne l’operatività quotidiana. In seguito le attività e passività sono state rilevate dalla stessa banca centrale e dalla Danish Contingency Association, un organismo creato dalla locale associazione bancaria e dal governo con lo scopo di ripianare perdite inattese, favorire il consolidamento degli istituti di credito e gestire le criticità. Da quel momento per il sistema bancario danese è cominciato un vero e proprio calvario. Anche nel 2011 altre due banche locali, Amegerbanken e Fjordbank Mors, hanno dichiarato lo stato di insolvenza mentre i cinque principali istituti di credito del paese sono stati già declassati da Moody’s. E ora, è di nuovo emergenza.
Tuttavia c’è qualcosa di diverso nella crisi danese. Il Bank Package I, il piano di salvataggio temporaneo lanciato nel 2008 dal governo che prevedeva un’assicurazione statale illimitata su obbligazioni e depositi bancari fino al 2010 è scaduto nell’ottobre dello scorso anno. La novità sta nel fatto che adesso la Danimarca sembrerebbe decisa a lasciare i pericolanti istituti di credito al proprio destino. Rimarrebbe soltanto un fondo di assicurazione in grado di coprire i depositanti fino a 750.000 corone danesi (circa 100.000 euro a persona), peraltro finanziato in buona parte dal sistema bancario stesso.
Riferendosi alla crisi il ministro dell’Economia Brian Mikkelsen ha dichiarato che non ci saranno ulteriori forme di sostegno da parte dello Stato: “non crediamo sia ragionevole distribuire i soldi dei contribuenti a delle banche che sono state gestite male ed hanno perso denaro investendo in progetti avventati”. Le perdite, una volta calcolate “saranno sopportate innanzitutto dagli azionisti e dai debitori subordinati”. Detto in due parole: laissez faire.
Il controllo degli undici istituti finora falliti è passato alla Finansiel Stabilitet, un organismo pubblico che si occupa dell’amministrazione delle banche insolventi. Qualora non sia possibile uscire dallo stato di crisi mediante acquisizioni, ricapitalizzazioni o rifinanziamenti sul mercato, il governo di Copenhagen procede alla vendita degli attivi mentre la differenza viene addebitata agli azionisti e ai creditori. Nel caso della Fjordbank Mors i creditori e i correntisti oltre le 750.000 corone perderanno circa il 26% del valore dei propri investimenti.
Certamente è presto per trarre giudizi definitivi: ancora nessuna banca di rilevanza sistemica ha palesato uno stato di manifesta illiquidità e molte criticità tuttora permangono. Inoltre la Danimarca, pur avendo una valuta propria, è legata all’eurozona dall’ERM II che prevede un tasso di cambio Eur/Dsk a 7,45 sostanzialmente fisso (la banda di oscillazione è dell’1,5%): nonostante il saldo delle partite correnti sia stabilmente attivo, deflussi di capitale possono facilmente mettere a repentaglio la stabilità del sistema finanziario danese. Tuttavia al momento la direzione pro mercato presa dal governo di Copenhagen rappresenta un interessante unicum all’interno del panorama europeo. Da una disponibilità iniziale ad accollare tutte le perdite sulle spalle dei contribuenti (che avrebbe potuto degenerare in uno scenario di tipo irlandese), si è arrivati all’attuale Bank Package III: una legislazione di tipo prefallimentare volta a evitare bancarotte disordinate senza per questo rinunciare a presentare il conto ad azionisti, creditori e manager. Per il momento la piccola Danimarca sta dando una lezione di libero mercato al resto d’Europa. ( Fonte: www.linkiesta.it)