" Aumento di capitale e diritti Unicredit, bilancio della prima settimana" di Giancarlo Marcotti
Terminata la prima delle due settimane in cui vengono contrattati in Borsa i diritti relativi all’aumento di capitale Unicredit, si può già stilare un parziale bilancio dell’operazione.
Ad un primo sommario esame, visto che le azioni ed i diritti Unicredit, al termine dell’ottava, hanno un valore superiore rispetto a quello di partenza, potremmo concludere che il bilancio risulti positivo, e senza dubbio ci sono tutte le ragioni per essere, almeno al momento, soddisfatti, ma occorre approfondire maggiormente l’analisi per capire cosa sia realmente accaduto in questi primi cinque giorni di contrattazione.
Innanzitutto è bene ricordare come eravamo arrivati a questo importante appuntamento, dal momento in cui, mercoledì 4 gennaio, erano state ufficialmente annunciate le condizioni che avrebbero regolato l’operazione di aumento di capitale da 7,5 miliardi, le quotazioni del titolo subivano un vero e proprio tracollo, -14,46%, -17,27% e -11,12% nei tre giorni successivi e si concludeva così la settimana più terribile per gli azionisti Unicredit.
Ad una diluizione decisamente superiore ad ogni attesa (il numero di azioni sarebbe triplicato) si erano aggiunti infatti i timori che diversi grandi azionisti avrebbero aderito soltanto parzialmente e cominciava quindi a farsi strada anche l’ipotesi che si sarebbe potuta concludere l’operazione con un’alta percentuale di diritti inoptati.
Lunedì 9 gennaio quindi partiva l’aumento di capitale e la tensione era alle stelle, i diritti non entravano immediatamente in contrattazione ed nei primi minuti veniva scambiata quindi la sola azione che mostrava anche un certo progresso, la situazione, però era destinata a mutare radicalmente appena venivano ammessi agli scambi i diritti, in men che non si dica si virava in territorio negativo e le quotazioni hanno cominciato a franare continuando così, costantemente, per tutta la giornata.
I pochissimi timidi tentativi di rimbalzo venivano travolti da ondate di vendite che non lasciavano spazio a repliche, alla fine non restava che leccarsi le ferite: azione a 2,286 euro (-12,84%) e diritto a 0,47 euro (-65,42%) una debacle peggiore sarebbe stata difficile da prevedere.
Nelle sale operative si cominciava a parlare espressamente di scenari quasi apocalittici, cosa sarebbe accaduto qualora le quotazioni del titolo fossero scese sotto il prezzo di conversione (1,943 euro)? Certamente ai piani alti di Bank of America e di Mediobanca, le due capofila del Consorzio di garanzia dell’operazione, devono essere state ore frenetiche.
Capite bene in quale situazione si è arrivati all’apertura delle contrattazioni martedì 10 gennaio, dire la tensione fosse “palpabile” o “che si tagliava con un coltello” non rende neppure bene l’idea.
Ma dato che il momento più buio della notte è quello che precede l’alba ecco che improvvisamente avviene il miracolo, le quotazioni del titolo cominciano a salire ed al termine della seduta faranno segnare un confortante +6,04% trascinando i diritti ad un esplosivo +80,85%, veniva polverizzato il record storico dei volumi trattati (oltre 230 milioni di azioni scambiate, sarebbero state 2,3 miliardi prima dell’accorpamento) quasi il 12% del capitale, insomma era molto di più di una boccata d’ossigeno, era tornare a vivere, ma il giorno successivo non sarebbe stato meno emozionante.
Dato che come diceva Eduardo, gli esami non finiscono mai, anche mercoledì 11 gennaio si guardava al titolo con una certa apprensione, il rialzo del giorno precedente era stato un semplice rimbalzo, o solo l’inizio del recupero? I dubbi venivano ben presto fugati ed il prezzo di apertura coincideva col minimo di giornata, confortante quindi il +5,53% del titolo ed il +36,47% del diritto.
La consacrazione, però arrivava giovedì 12 gennaio, non tanto per il +13,53% del titolo (ed il +47,41 del diritto), ma per i volumi trattati: 280 milioni di azioni scambiate il 14,52% del capitale di Unicredit. Si comincia a parlare insistentemente di nuovi “importanti” soci pronti ad entrare anche nei piani alti di Piazza Cordusio.
E siamo così arrivati alla seduta di ieri, è una giornata negativa per tutte le Borse europee, dagli Stati Uniti si vocifera (ma sono urla più che voci) di un possibile imminente downgrade da parte di Standard & Poor’s per un gran numero di Paesi dell’eurozona, e figurarsi se non c’è dentro anche l’Italia, non sono di certo le condizioni ideali per i titoli del comparto bancario.
Unicredit, però, chiude le contrattazioni con un segno più (+0,48%) anche se i diritti devono cedere lo 0,58%, e per la prima volta, dal lunedì nero di inizio settimana, il prezzo di chiusura del titolo risulta inferiore rispetto a quello di apertura.
Poco male, molti commentano, in queste condizioni il valore del fixing può ritenersi a tutti gli effetti un successo.
Per concludere, quindi, annotiamoci due aspetti che, come spesso accade nel mondo finanziario, hanno connotazioni opposte: occorre infatti sottolineare che, rispetto alle ultime operazioni analoghe che hanno riguardato altre banche italiane, al momento, si può evidenziare una netta inversione di tendenza, il calo dei diritti, nel caso di Unicredit, ha riguardato solo la prima giornata ed il sentiment, successivamente, è soltanto migliorato.
Ma, il contesto generale nel quale si aprirà la prossima settimana, non si può definire ideale, anzi senza dubbio si sta deteriorando, non solo per le “minacce” di S&P, ma, ad esempio, per delusione della trimestrale comunicata proprio ieri da JP Morgan che ha visto nell’ultimo quarto dello scorso anno ridursi gli utili del 23%.
Occorre quindi chiedersi, a questo punto, se Unicredit avrà già scontato tutto questo nell’ottava che ha preceduto l’inizio dell’adc, quando ha lasciato sul terreno ben più di un terzo della propria capitalizzazione, oppure se dobbiamo ritenere che la buona settimana che ha contraddistinto l’intero settore bancario, soprattutto a Piazza Affari, non debba ritenersi nulla più di un semplice rimbalzo.