" A volte ritornano: l'IRI " di Francesco Vella

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

La tentazione di mettere l’orologio all’indietro invocando un bucolico passato è forte nei momenti di crisi, soprattutto quando guardare al futuro significa fare scelte radicali e coraggiose. In questi casi, attraverso una accorta regia della narrazione, si finisce con l’occultare la dura e cruda realtà, confondendo i veri e molto prosaici interessi in gioco.

NOSTALGIA RISCHIOSA

La discussione sull’irresistibile fascino del capitalismo di Stato con relativi rimpianti per l’epico Iri segue perfettamente lo schema, anche se basta scegliere una modalità di raccontare la storia un po’ diversa perché il fascino si dissolva rapidamente. Un piccolo e divertente esempio è il racconto di Guido Salerno Aletta, con due gustose rievocazioni delle battaglie tra la Sip e l’Asst (azienda di stato per i servizi telefonici e telegrafici) e della vicenda della televisione via cavo, a testimonianza di come le aziende pubbliche abbiano intralciato lo sviluppo di alcuni settori chiave dell’economia e dell’industria italiana. (1)

Ma, guardando, appunto, al futuro, una altra modalità di narrazione è quella di vedere cosa concretamente potrà diventare il “nuovo capitalismo di Stato all’italiana” secondo i progetti governativi sfociati nell’articolo 7 del decreto omnibus, che consente alla Cassa depositi e prestiti di “assumere partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale in termini di strategicità del settore di operatività, di livelli occupazionali, di entità di fatturato ovvero di ricadute per il sistema economico-produttivo del paese”. (2)

Fin dalla trasformazione della Cassa depositi e prestiti in società per azioni nel 2003 si era paventato il pericolo della nascita di una nuova Iri, e in effetti oltre al conferimento delle partecipazioni di alcune grandi società pubbliche, nel corso degli anni si sono gradualmente allargate le sue tradizionali competenze di finanziamento degli enti pubblici, fino a ricomprendere interventi di sostegno alle piccole e medie imprese e la partecipazione in fondi per le infrastrutture e il social housing. E si è anche allargata, sebbene con non pochi mal di pancia, la compagine sociale coinvolgendo nell’avventura una 30 per cento di capitale rappresentato dalle fondazioni bancarie.

È però un'Iri tutta particolare perché le sue risorse derivano dalla raccolta postale. E infatti in un approfondito studio di qualche anno fa intitolato, non a caso, Ma che cos’è la Cassa depositi e prestiti? si diceva senza mezzi termini che in realtà la Cdp era una banca, solamente che veniva trattata come un intermediario finanziario per sottrarla alla penetrante disciplina prudenziale delle partecipazioni prevista per le banche. (3) Mai profezia fu più vera: con la nuova disciplina si va oltre il normale private equity, consentendo l’acquisto di asset decisamente più “pesanti” in imprese le cui caratteristiche di strategicità saranno fra l’altro individuate direttamente dal ministro del Tesoro. E l’acquisto potrà avvenire, secondo il decreto, anche mediante risorse provenienti della raccolta postale. (4)

Insomma, gli incontenibili desideri di latte italiano, banche italiane, comunicazioni italiane (e chissà se a questo punto anche i gioielli, gli orologi e la moda non diventino strategici) possono prendere la china non solo di una pubblicizzazione forzata che notoriamente da noi significa politicizzazione, ma anche di un capitalismo di Stato all’amatriciana, si parla già di vari miliardi di euro messi sul piatto, pericolosamente in bilico sulle nostre tasche.

SCENARIO MUTATO

Èbene quindi che le Autorità di vigilanza drizzino le orecchie e anche le fondazioni socie hanno tutto l’interesse, almeno quelle non ancora colpite sulla via di damasco dal fulmine dell’italianità, a esercitare i poteri che lo statuto consente loro quantomeno per chiedere il rigoroso rispetto di nuovi e più stringenti limiti prudenziali. Questo anche per una doverosa tutela del proprio patrimonio.

Lo scenario sta cambiando: in un mondo dove, dopo il pronto soccorso post-crisi, i governi sono impegnati a tornare a fare il loro mestiere e cioè governare la crescita per ridare regole e fiducia alle economie, noi stiamo mettendo la retromarcia. (5) Si risente l’atmosfera stantia dei “campioni nazionali”, abbellita adesso con mirabolanti richiami patriottici. Eppure, con un po’ di pazienza si trova anche chi le cose le racconta in modo diverso: qualche giorno fa, in pieno battage nazionalista, un breve trafiletto del Sole-24Ore riportava un intervento di Lorenzo Bini Smaghi, secondo il quale sarebbe un errore chiudere le porte alla banche straniere perché non è detto che queste non possano offrire a famiglie e imprese buoni prodotti. (6)

Sarebbe, appunto, un bell’esercizio provare a raccontare la realtà dalla parte di chi il latte lo beve e il credito lo utilizza. ( Fonte: www.lavoce,info)

(1) G. Salerno Aletta, “Quegli Imprenditori di stato di cui non abbiamo nessuna nostalgia”, in Milano Finanza, 5 aprile 2001.

(2) Articolo 7, decreto legge 34, 31 marzo 2011.

(3) F. Mucciarelli, “Ma che cos’è la Cassa depositi e prestiti?”, in Mercato, Concorrenza, Regole, 2004, p. 370. Vedi anche “Verso una nuova Iri?” del 18 novembre 2003.

(4) Secondo il decreto in questa ipotesi le partecipazioni andranno contabilizzate alla gestione separata. Ma la gestione separata significa solo separazione contabile e amministrativa, non offrendo garanzie di separazione patrimoniale.

(5) F. Vella, Capitalismo e finanza. Il futuro tra rischio e fiducia, il Mulino, 2011.

(6) Il Sole-24Ore del 2 aprile 2011, p. 31

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