Uscire dall’euro? Può essere inevitabile

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

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Dott. Passarella, cosa risponde a chi dice che bisognerebbe al più presto uscire dall’euro? Rispondo che, come ha chiarito a più riprese il mio collega Emiliano Brancaccio, esistono, almeno in linea teorica, modalità differenti di uscita. Va da sé che l’Euro, e forse ancor più le politiche preparatorie per l’ingresso nell’area della valuta unica, hanno danneggiato pesantemente l’economia italiana. Questo, però, non significa che l’uscita sia “di per sé” auspicabile, specie se si assume il punto di vista delle classi lavoratrici italiane. Dato l’attuale scenario politico nazionale, lo sganciamento dalla valuta unica potrebbe persino comportare dosi più massicce di austerità e precarietà lavorativa. In assenza di barriere ai movimenti di capitali, si materializzerebbe, inoltre, il rischio di un’ondata di acquisizioni estere a buon mercato di ciò che rimane del tessuto produttivo del paese, con un pregiudizio ulteriore per i livelli occupazionali.

Quindi? Al fine di scongiurare tale modalità di uscita, che possiamo definire “di destra”, si renderebbe necessaria l’adozione di misure quali l’introduzione di controlli stringenti sui movimenti di capitale, la predisposizione di un piano di salvataggio e nazionalizzazione del settore bancario-finanziario e, infine, l’applicazione di meccanismi di salvaguardia del potere d’acquisto dei redditi da lavoro, insomma, di misure atte a consentire un’uscita “da sinistra”. L’impatto concreto dello sganciamento valutario sulle condizioni materiali delle classi lavoratrici italiane dipenderà, cioè, in modo inverso, dalla loro capacità di imporre nell’agenda politica (e dunque alle classi dominanti) una rimessa in discussione dei dogmi liberoscambisti. Dati i rapporti di forza attuali, non c’è, però, da essere molto ottimisti.

Ma se l’Europa non “cambia”, è auspicabile un’uscita pilotata? Più che auspicabile, potrebbe diventare inevitabile. L’attuale configurazione istituzionale europea appare, infatti, irriformabile. In tal senso, la recente riduzione dei rendimenti sui titoli di Stato dei paesi periferici, prodotta all’azione narcotizzante della BCE (Toronto: BCE-PA.TO - notizie) di Draghi ed anche dal mutato contesto internazionale, potrebbe rivelarsi solo come la quiete che precede la tempesta. Proprio il rischio di una deflagrazione incontrollata dell’Area Euro dovrebbe spingere i governi dei paesi periferici a dotarsi di un piano d’uscita. Per quanto paradossale possa sembrare, le flebili possibilità di sopravvivenza dell’Euro e dello stesso mercato comune sono legate a doppio filo ad un radicale ribilanciamento dei rapporti di forza tra i paesi membri.

Vale a dire? Una minaccia credibile di uscita dalla valuta unica e di rottura degli accordi di libero-scambio (ossia della stessa Unione Europea) potrebbe, in tal senso, indurre una parte delle classi dirigenti dei paesi forti, Germania su tutti, ad un ripensamento circa il ruolo della banca centrale, le politiche fiscali e la necessità di meccanismi che garantiscano il riassorbimento degli squilibri esteri tra paesi membri dell’Area Euro. Se ciò non avvenisse, l’opzione di uscita dovrebbe, però, essere esercitata. Diversamente, si assisterebbe ad una progressiva desertificazione del tessuto economico dell’Italia e delle altre periferie europee.

L’Italia soffre da vent’anni di bassa crescita, scarsa competitività, burocrazia infinita e fisco opprimente: cosa risponde a chi dice che in realtà l’euro è solo una scusa per non aver saputo riformare il paese? Anzitutto, la marcia di avvicinamento alla valuta unica è più che ventennale. In un certo senso, il punto di inizio potrebbe essere fatto risalire al 1979, anno di ingresso dell’Italia nello SME, l’antesignano dell’Euro. L’aumento della pressione fiscale e le politiche di taglio della spesa sociale sono, in effetti, da annoverare tra le conseguenze dirette degli accordi presi dai governi italiani per l’adesione, prima, e la permanenza, poi, nell’area della valuta unica. Quanto all’evocazione delle “riforme”, si tratta di una pratica tanto ricorrente nel dibattito italiano quanto sorprendente. Sorprendente perché l’Italia è, con la Gran Bretagna, il paese che ha avviato, a partire dagli anni novanta, il piano di privatizzazioni più imponente tra le economie avanzate. La stessa privatizzazione e riorganizzazione del settore bancario e assicurativo è stata massiccia, così come la liberalizzazione dei mercati dei beni e dei servizi. Si pensi, a solo titolo di esempio, al mercato della telefonia. Infine, l’Italia è il paese europeo che, più di ogni altro, ha deregolamentato il proprio mercato del lavoro, come comprovato dalla caduta verticale dei relativi indici di protezione nell’ultimo ventennio. Il che, ironicamente, è valso più volte ai governanti italiani i complimenti delle grandi organizzazioni economiche sovranazionali (si veda, ad esempio, la survey dell’OCSE sull’economia italiana del 2013). Eppure, tali “riforme” non soltanto non sono state accompagnate da una maggiore crescita economica, ma si sono tradotte, come prevedibile, in una caduta della domanda interna e in una stagnazione dei livelli di produttività. La vera e propria decrescita economica e il crollo della produzione industriale che ne sono seguiti non hanno precedenti in tempi di pace. Ecco perché, più che dell’ennesimo pacchetto di riforme (leggi: ulteriore attacco alle condizioni del lavoro) il paese avrebbe bisogno di un serio piano industriale, al fine di valorizzare le poche eccellenze rimaste, di assorbire la forza-lavoro inoccupata (il vero “spreco” italiano), nonché di ripensare e pianificare la collocazione futura dell’economia italiana nell’ambito dell’economia mondiale. Dentro o, se necessario, fuori dall’Euro.

Autore: ItForum Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online

 

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