Una Fiat amerikana - di Giuliano Agusto

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Il gruppo Fiat-Chrysler ha la sede legale in Olanda e quella fiscale a Londra. Perché stupirsi? Sergio Marchionne ha la cittadinanza canadese, lavora in Italia ma ha la residenza fiscale in Svizzera. Tutta questione di meno tasse da pagare per l'azienda e per il manager in pullover. Ieri a Detroit l'uomo che è stato scelto dagli Agnelli per realizzare il loro addio all'auto, ha presentato il piano industriale del gruppo 2014-2018. Un piano che non ha convinto gli investitori e il Mercato, tanto che a Piazza Affari a Milano il crollo del titolo si è sommato a quello della Exor, la società che raggruppa gli investimenti della famiglia Agnelli. Un significativo giudizio negativo sulle prospettive del gruppo che non può che scontare i colossali errori di strategia che hanno portato la Fiat ad arrancare al sesto posto in Europa per vendite dopo aver conteso alla Volkswagen il primo posto nei primi anni ottanta. Ma era l'epoca di Ghidella che, purtroppo per lui, si scontrò con la visione più finanziaria di Romiti e che alla fine risultò vincente, anche per gli stretti legami del manager romano con Enrico Cuccia, il grande capo di Mediobanca, allora la più stretta alleata degli Agnelli. Il gruppo punta a produrre e vendere nel 2018 ben 7,5 milioni di vetture in tutto il mondo, di cui 3,1 milioni di auto in Nord America, 1,8 milioni in America Latina 1,5 milioni in Europa, Africa e Medio Oriente e 1,1 in Asia. Verranno investiti 55 miliardi di euro in cinque anni. Promessa che ricorda tanto quella poi disattesa in Italia che parlava di 22 miliardi in quattro anni che poi si sono volatilizzati di fronte alle prime difficoltà del mercato, entrato in crisi dopo il crollo dei mercati finanziari nel 2007-2008. Rinnoveremo la gamma delle vetture offerte alla clientela, ha assicurato Marchionne. Con quali soldi è tutto da vedere. Il primo trimestre del 2014 ha registrato già una perdita di 300 milioni di euro che non promette niente di buono. Non ci sarà un aumento di capitale. E infatti gli Agnelli non hanno alcuna intenzione di mettere mano al portafoglio. Dopo che lo Stato ha cancellato i contributi pubblici alla Fiat, per gli Agnelli-Elkann la vita si è fatta più complicata. Ciò che era bene per la Fiat non è più bene per l'Italia. Mantenere gli Agnelli non è più un compito della collettività. Oltretutto il debito del gruppo è salito oltre 13 miliardi di euro. Per fare casa e per ridurrei debiti, ha insistito Marchionne, non verranno venduti i gioielli di famiglia, Ferrari, Maserati e Alfa Romeo, i quali al contrario saranno il perno delle strategie di immagine del gruppo nello storico mercato nord americano e in quello asiatico dove il sogno dei milionari locali è quello di guidare un'auto italiana di prestigio. In Italia, la capacità produttiva degli impianti verrà portata al 100% contro il 50% attuale. Ma escluse Ferrari, Maserati e Alfa Romeo, dietro le quali vi sono strategie particolari, in Italia di italiano resterà ben poco. Giusto la Panda prodotta a Pomigliano. A Mirafiori già si produce la Freemont (ora marchiata Fiat) destinata agli Usa. A Melfi si produrrà la Jeep, sempre della Chrysler. La nuova Punto verrà prodotta in Polonia, a Tychy. La stessa Punto attualmente realizzata a Melfi. La 500 continuerà ad essere realizzata in Polonia e la monovolume 500L in Serbia. Per non parlare del Brasile, dobve sono operative due fabbriche. Una deriva che conferma come le chiacchiere di Elkann e Marchionne, tutte le loro promesse su nuovi investimenti in Italia e nuovi modelli, fossero in realtà chiacchiere. Ma chiacchiere che i sindacati collaborazionisti e i politici hanno ingoiato senza obiezioni facendo finta di crederci, anche se era evidente che erano soltanto parole. Così è passata la cancellazione del contratto nazionale di categoria e la sua sostituzione con uno aziendale, dove le buste paga sono fatte perlopiù di straordinari e di premi di produzione.   - See more at: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=23441#sthash.mgXtQVD6.dpuf

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