Trend - di Loretta Napoleoni

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://static.internazionale.it/assets/img/authors/88.jpgCosa avrà in serbo per noi il 2014? L'Europa uscirà dalla recessione e riprenderà a crescere? È quello che molti sognano, ma sarà difficile che queste speranze si concretizzino. Il Vecchio Continente rischia di scivolare nella versione moderna della depressione, già sperimentata dal Giappone. La prolungata crisi economica dell'Unione Europea (un blocco di 27 nazioni che costituisce il mercato più grande al mondo) sembra infatti una sorta di déjà-vu della depressione giapponese degli anni Novanta e Duemila, tanto che molti ormai parlano della "decade perduta" europea.
È dal 2007 che l'economia del Vecchio Continente si contrae o al massimo stagna e tutto sembra confermare la diagnosi peggiore: l'Europa è vittima di una deflazione che, come quella giapponese, non può essere combattuta con le armi tradizionali a disposizione di governi e banche centrali. Ad ottobre di quest'anno, infatti, l'indice dei prezzi europei ha fatto registrare un modestissimo aumento (0,7 per cento) rispetto all'anno prima, di gran lunga al disotto delle aspettative; lo stesso vale per il tasso d'inflazione, che non tiene conto dei costi energetici e della spesa alimentare, tradizionalmente volatili, ebbene questo è fermo allo 0,8 per cento rispetto al 2012. Si tratta del valore più basso dal dopoguerra ad oggi.
La recessione giapponese inizia con lo scoppio della bolla immobiliare, proprio come in Spagna ed Irlanda. Tuttavia, la crisi europea è prima di tutto figlia di quella mondiale il cui preludio è il crollo della Lehman Brothers, nell'ottobre del 2008: per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale nel 2009 l'economia globale si contrae di oltre il 10 per cento. Secondo il Fondo Monetario, poi, tra il 2007 ed 2010, soltanto le istituzioni finanziarie, perdono 2,2, trilioni di dollari. A seguito della contrazione più di 50 milioni di persone si ritrovano disoccupate. Una crisi, dunque, epocale.
È però anche vero che la recessione europea ha subito un'accelerazione nel 2010 con lo scoppio della crisi del debito sovrano. Anche il Giappone, alla fine degli anni Novanta, mentre l'economia era in piena deflazione, è stato travolto dal crollo dei mercati asiatici, che lo ha fatto precipitare nella depressione. La depressione giapponese e la recessione europea presentano altri elementi di similitudine: riduzione progressiva delle dimensioni del settore privato, aumento del debito pubblico e mancata crescita economica, fattori questi che non compaiono con la stessa correlazione in altri Paesi.
Gli anni Novanta in Giappone sono stati ribattezzati "la decade perduta" a causa della prolungata contrazione o crescita zero dell'economia, che ne ha ridotto le dimensioni. Come in gran parte dell'Europa, l'economia non si è ripresa perché il debito pubblico è continuato a crescere e i bilanci delle banche commerciali sono peggiorati. In altre parole il settore pubblico e quello privato si sono trovati in difficoltà e si sono impoveriti a causa del debito.
La mancata crescita ha fatto prima di tutto contrarre il consumo, per pagare i debiti ed approfittando dei bassi tassi d'interesse, famiglie ed imprese hanno ridotto la spesa. Gli stimoli pubblici, dunque, non hanno funzionato o non sono stati sufficienti poiché famiglie ed imprese hanno preferito diventare risparmiatori netti piuttosto che spendere mentre  sono indebitate. Naturalmente al governo andava bene che con questi risparmi si acquistassero titoli del debito pubblico. Una contraddizione affrontata troppo tardi. In una tale situazione la politica monetaria dei bassi tassi o del Quantitative Easing non è servita a nulla, il denaro non entrava in circolo ma finiva nel pozzo nero del debito.
Ricorda qualcosa?
L'Europa manifesta sintomi del tutto simili: i bilanci di famiglie ed imprese sono in recessione, la spesa continua a contrarsi tanto che dal 2010 le famiglie sono diventate risparmiatori netti. Allo stesso tempo famiglie e banche sottoscrivono il debito pubblico impedendo in questo modo che il contante immesso nel circuito economico alimenti l'economia reale.  In Europa come in Giappone, gli stimoli all'economia falliscono a causa delle dimensioni del debito e delle contraddizioni dell'economia: lo Stato ha bisogno di sempre più denaro per finanziare il debito e usa il risparmio delle famiglie e la liquidità immessa nel sistema per onorare il debito.  Ciò spiega il fallimento della politica monetaria europea nonostante la più pronta ed efficiente reazione delle banche centrali occidentali rispetto a quella della banca centrale del Giappone negli anni '90.
Subito dopo il crollo della Lehman, infatti, la Banca d'Inghilterra, la Ecb e la Banca nazionale svizzera, insieme ad altre banche estranee all'Eurozona, hanno perseguito azioni di concerto spesso abbassando i tassi d'interesse e immettendo grandi quantitativi di moneta sul mercato o a disposizione di istituzioni finanziarie in difficoltà. L'esperienza giapponese ci dice che gli strumenti tradizionali non funzionano più,  per evitare un destino simile a quello del Giappone bisogna essere innovativi e questo può voler dire anche prendere in considerazione una riforma dell'eurozona.
Fonte: www.caffe.ch

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