Telecom, lascia Bernabè, resta lo sfascio - di Giuliano Augusto

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1266944277.jpgIl destino di Franco Bernabè è quello di essere regolarmente issato ai vertici di Telecom ed essere dopo qualche anno defenestrato. E’ successo nel 1998 a seguito della scalata dell’Olivetti di Colaninno. Si è ripetuto quest’anno dopo l’Opa su Telco lanciata dagli spagnoli di Telefonica. In una lettera ai dipendenti, Bernabé, nell’annunciare le sue dimissioni, ha lamentato l’assenza delle istituzioni nei riguardi del settore delle telecomunicazioni, destinato ormai a finire totalmente in mani straniere. Vodafone è infatti britannica, Wind è russa, Fastweb è svizzera e H3G è cinese. Una bella disfatta per l’interesse nazionale di quella che dovrebbe essere la terza o quarta potenza economica europea. Allora, nel 1998, la politica con D’Alema, capo del governo, e con il non rimpianto Spaventa, capo della Consob, perseguì il disegno di colpire la struttura di potere della Fiat che, dopo la privatizzazione di Telecom, controllava la società, unitamente a gruppi “amici”, con una quota azionaria del 6,5%. Oggi la politica è praticamente assente e i politici di destra e di sinistra, per quel che può valere una simile distinzione, non battono ciglio, trincerandosi dietro i principi del cosiddetto Libero Mercato, in base al quale tutte le società sono contendibili. Costoro hanno manifestato appena qualche preoccupazione per il futuro della rete fissa di Telecom definita “strategica” e che come tale dovrebbe essere scorporata. Proprio su tale presa di posizione è lecito nutrire qualche dubbio non perché questo giornale non voglia difendere l’interesse nazionale ma perché tale principio viene sbandierato per sostenere i giochetti di potere e gli interessi economici che ci sono dietro e sui quali determinati forze politiche vorrebbero lucrare. La rete fissa è infatti per lo più in rame, quindi molto meno “moderna” di quella in fibra ottica destinata ad essere a sua volta soppiantata da quella senza fili. La verità è che si vuole fare acquistare la rete fissa di Telecom dalla Cassa Depositi e Prestiti (presieduta dal Pd Bassanini) per permettere al gruppo telefonico di rimborsare le banche di parte dell’enorme credito che vantano. Il solito giro di soldi sul quale in molti vorrebbero mettere le mani. E questo conferma i legami a doppio filo tra le banche e consistenti settori del governo. Una realtà ben chiara a Bernabè che si è trovato a gestire Telecom in due differenti fasi. La prima con un debito di appena 5 mila miliardi di lire ed ultimamente con 28 miliardi di euro, cifra più, cifra meno. E’ inutile quindi che il manager sottolinei “la necessità di dotare la società dei necessari mezzi finanziari a sostenere una strategia di rilancio” e che lamenti “la insufficiente attenzione da parte delle istituzioni per la salvaguardia di un patrimonio che è, prima di tutto, un patrimonio della collettività”. Bernabè, al momento di assumere il suo incarico nel 2008, dopo l’arrivo della cordata di Telco (Telefonica, Generali, Mediobanca e Intesa San Paolo) sapeva benissimo che il destino della società era condizionato dall’enorme indebitamento, effetto dell’operazione di Colaninno e che il patto di sindacato di Telco (che controlla il gruppo con il 22,4% delle azioni) era a tempo. Bernabè ha frequentato per troppo tempo i bordelli virtuali della finanza e della politica per non sapere con che figli di buona donna aveva a che fare. Allo stesso tempo è patetico l’atteggiamento dei sindacati del settore che hanno indetto manifestazioni di protesta contro “la svendita della nostra azienda” e contro “questa "operazione finanziaria”. Perché, quella di Colaninno, quella di Tronchetti Provera e quella di Telco nel 2007 cosa erano? L’unica cosa che è sempre mancata è stato un progetto industriale. Oggi come allora. E i sindacati, come sempre succede, si svegliano quando i buoi sono già scappati.

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