Quando la Bce fece cadere il governo Berlusconi - di Marco Angelotti

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http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1316109657.jpgLe prese di posizione di Giulio Tremonti ci provocano reazioni contrastanti. Da un lato è apprezzabile quando attacca il “mercatismo”, quella concezione prevalente oggi che il mercato sia la base di tutto e che sia contraddistinto da un meccanismo automatico in grado di distribuire i suoi benefici a tutti i cittadini. Dall’altro non possiamo non tenere conto che Tremonti è da tempo ai vertici della sezione italiana dell’Aspen Institute, uno dei più noti think tank mondialisti che sostiene una visione all’insegna appunto del mercato globale. Un legame, quello con l’Aspen, che dovrebbe implicare una visione comune delle dinamiche economiche globali, o meglio di quelle finanziarie, ma che l’ex ministro dell’Economia ogni tanto si trova a criticare e a mettere sotto accusa in nome di un approccio più legato all’economia reale. In realtà, ci sarebbe da osservare che anche l’analisi dell’economia reale che viene fatta nei discorsi di politici, economisti e tecnocrati risente di quel mito della crescita infinita che rappresenta il male oscuro dell’epoca moderna perché è ovvio che non essendoci una crescita infinita in natura, non può esserci nemmeno in economia. Per la finanza è un altro discorso perché, negli ultimi anni, le banche e le società di investimento, senza che gli fosse stato posto alcun ostacolo da parte dei governi, sono state messe in grado di moltiplicare a piacere i titoli collocati sul mercato anche se si tratta di titoli “virtuali”, quindi slegati da qualunque attività economica materiale, ma che si alimentano a vicenda.

Nello specifico, sono state le banche di Wall Street e della City, attraverso le loro speculazioni a mettere sotto tiro le quotazioni dei titoli di Stato decennali italiani nell’autunno del 2011, a fare salire a 570 punti lo spread tra Btp e Bund tedeschi e a favorire l’11 novembre la nascita del governo della Goldman Sachs guidato da Mario Monti. E Tremonti ha voluto fare una ricostruzione di quel periodo e dell’intervento a gamba tesa del 5 agosto 2011 fatto dalla Banca centrale europea contro l’Italia con una lettera di richiamo all’Italia che provocò il cambio di governo. Una lettera con la quale la Bce, guidata da Jean Claude Trichet, chiedeva all’Italia misure durissime per risanare i conti pubblici. Il debito pubblico era al 120%, il disavanzo al 4,2% con lo spread che era schizzato a livelli record grazie anche, è sempre bene ricordarlo, alla speculazione di banche come la Goldman Sachs. Un bel conflitto di interesse per Monti e per Mario Draghi che, arrivato il 1 novembre 2011 alla guida della Bce pilotò la nascita del governo del “collega” e”amico”.

Tremonti ha ricordato polemicamente e giustamente che mentre era così rigorosa con i Paesi membri dell’Eurozona, la Bce a guida Draghi, proprio a partire dal novembre 2011 fino a marzo 2012 iniziava a versare prestiti triennali per 1.0000 miliardi di euro alle banche europee al modico tasso di interesse dell’1%. Quando poi, molte banche dell’Eurozona si erano accodate alle banche angloamericane nell’immergersi in operazioni di puro azzardo e pura speculazione che avevano contribuito non poco a fare crollare i mercati finanziari nel 2007-2008. Per non parlare poi di tutte le operazioni fatte dalla Bce per rifornire in altro modo di liquidità le banche dell’Eurozona. Una scoperta dell’acqua calda quella di Tremonti che soltanto adesso ha trovato la voglia di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Ma si sa, l’ex ministro non ha mai goduto di grande eco nei giornali dei “salotti buoni”, Corriere della Sera, Stampa, Sole 24 Ore e Repubblica, che ne ospitavano gli interventi soltanto in virtù del suo ruolo istituzionali. Poi, con il governo Monti è stato imposto il silenzio stampa, interrotto soltanto dai quotidiani vicini al PdL.

In ogni caso, a giudizio di Tremonti, il ricatto della Bce, lui in realtà ha parlato di diktat, fu fatto con il preciso obiettivo di mettere con le spalle al muro il governo Berlusconi imponendogli di porre nei documenti di politica economica degli obiettivi che erano irraggiungibili. Come il pareggio di bilancio da raggiungere nel 2013 invece che nell’iniziale 2014. Era chiaramente un attacco al governo in carica, ha voluto dire Tremonti, per sostituirlo con uno più “amico” e più malleabile. Peraltro, già in quell’autunno del 2011, prima della sua caduta, la politica economica del governo Berlusconi era improntata sul taglio della spesa pubblica, ad incominciare dalle pensioni e sul taglio dei troppi sgravi fiscali. Insomma il Cavaliere e Tremonti già stavano attuando le future imposizioni della Bce, più dure di quelle della Commissione europea che negli ultimi due anni le ha molto annacquate. Tanto da permettere a Monti di portare il debito al 127% a fine 2012. Alla faccia del risanamento. Insomma, voleva dire Tremonti, noi stavamo facendo il possibile ma evidentemente c’era qualcuno che non gradiva l’esistenza di quel governo. Così dopo aver liquidato Gheddafi che con Berlusconi aveva spalancato a Putin le porte del Mediterraneo, venne fatto saltare il Cavaliere che già di suo ci aveva messo molto per essere liquidato.

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