Norvegia: Il Dna è cambiato

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

Un tempo la Norvegia era un modello di socialdemocrazia, incarnata dal partito Dna. Ma un’economia basata sul petrolio e la crescita della finanza hanno svuotato di senso la democrazia.

http://www.presseurop.eu/files/images/article/ARES_norway-adn.jpg?1378713153Penso che la forma della molecola del Dna sia di meravigliosa bellezza. Guardare la doppia elica, le spirali attorcigliate l’una all’altra, i collegamenti formati dagli accoppiamenti delle basi azotate è come scoprire le premesse di ogni forma di vita. Il Dna mi fa pensare ai geni, al nostro genotipo, ed è a partire da questa associazione di idee che vorrei parlare di politica.

Quantunque sia una semplificazione politica, molti miei connazionali instaurano un collegamento preciso tra l’evoluzione quasi inimmaginabile del nostro paese in direzione della massima prosperità e di una migliore qualità della vita nei decenni seguiti al 1945 e il Partito norvegese dei lavoratori [Det norske Arbeiderparti – inizialmente abbreviato DnA, oggi AP]. Per molte generazioni del dopoguerra, quindi, l’equazione DnA = Dna non è poi così insensata.

Nella sua opera intitolata “Contro il vuoto morale: ripristiniamo la socialdemocrazia”, lo storico Tony Judt afferma di non aver mai assistito a progressi più sensazionali di quelli che hanno caratterizzato il periodo consensuale della socialdemocrazia.

Sono rari coloro che oggi assocerebbero mentalmente il partito dei lavoratori al DnA. Sembra quasi, in effetti, che la A di “lavoro” della sigla sia stata soppiantata da una B per “Banca” (la DnB è una grande banca norvegese).

Un tempo si pensava di togliere un po’ ai ricchi per donarlo ai poveri. Oggi, invece, tutti devono diventare ricchi. Il nostro patrimonio genetico morale è dunque cambiato. Agli sforzi comuni a favore di un’equa ripartizione delle ricchezze si è sostituita una corsa individuale al guadagno.

Questa critica non è rivolta unicamente al partito dei lavoratori. Gli sforzi politici dei paesi nordici nel dopoguerra sono stati ammirevoli perché finalizzati a trovare un’alternativa al socialismo e al capitalismo, una specie di terza via. Oggi questa ricerca sembra essere stata abbandonata. La mentalità del DnB pare aver preso il sopravvento.

Fino a non molto tempo fa, ci sembrava indiscutibile che le attività di base della società (l’istruzione, i servizi sanitari, l’assistenza agli anziani, i trasporti pubblici, la ricerca, le infrastrutture) potessero essere mantenute con altri incentivi, al di là del solo guadagno. Oggi, l’aspetto commerciale ha fatto irruzione addirittura in questi campi, con l’idea di privatizzare tutte le amministrazioni.

Noi non ci accorgiamo di essere in procinto di dilapidare il nostro patrimonio – la fiducia in principi morali come l’eguaglianza, la giustizia, la solidarietà – e di introdurre al loro posto il concetto unico di libertà. Dato che non abbiamo più un dibattito ideologico, ma una politica-spettacolo con tanto di esibizioni elettorali, non c’è più molta gente in grado di comprendere che si tratta di due modelli discordanti di società. Perché maggiore libertà comporta sempre minore eguaglianza. Maggiore libertà significa aumentare le differenze tra gli individui.

A far sentire maggiormente la propria mancanza è il potere di regolarsi per conto proprio al dogma di “più crescita”, a questa idea che la crescita possa aumentare all’infinito e che ciò che più conta per una nazione è procurarsi grossi benefici. Da società, la Norvegia si è trasformata in azienda: Norge SpA.

Ma quanto ci siamo arricchiti! Siamo diventati talmente ricchi da esserci quasi anestetizzati. Il resto del mondo per noi non esiste. Ed è sintomatico infatti vedere lo scarso interesse che l’attuale campagna elettorale dedica alla politica internazionale e allo stato del pianeta.

Noi mostriamo la nostra disapprovazione quando siamo nei paesi nei quali i ricchi si sono costruiti enclave per escludere tutti gli altri, più poveri. Ma non ci accorgiamo che è quanto stiamo facendo noi stessi. Tutta la Norvegia si sta trasformando in un’enclave. Ben presto lungo tutte le nostre frontiere ci servirà un muro, alto e sormontato da schegge di vetro.

A renderci così ricchi, così viziati, è il petrolio, questa fantastica fortuna. Ma la felicità impone di mettere una museruola alla coscienza. E passi che noi ci siamo arricchiti enormemente durante le guerre o che, come scriveva in un editoriale del 3 agosto scorso Aftenposten, “quando le cose vanno male nel mondo, spesso la Norvegia va bene”. Molto più difficile è chiudere gli occhi su tutti i danni che la produzione del petrolio e del gas arreca all’atmosfera.

Ricchezza vulnerabile

Tutti in giorni sulla stampa leggiamo che il cambiamento del clima pretende l’avvento di un nuovo modello economico. Una cosa è certa: la Norvegia non si batterà per questa causa. Un cambiamento di rotta di questo tipo sarebbe a tal punto impopolare che i nostri dirigenti non oseranno proporlo.

Loro si accontentano di misure simboliche, di una “tassa sulle emissioni di biossido di carbonio” che non rallenta in alcun modo il ritmo col quale si procede alle estrazioni. Certo, i responsabili politici dichiarano di volersi adoperare per un’economia senza CO2, ma poi, dietro le quinte, si danno da fare per trovare e sfruttare gli ultimi giacimenti di gas e di petrolio.

E la maggioranza dei norvegesi li appoggia. Chi auspicherebbe davvero una convenzione internazionale vincolante per il clima, tale da frenare lo sviluppo della produzione norvegese di petrolio? Chi vorrebbe realmente l’inizio di un’evoluzione destinata a far abbassare il prezzo del petrolio, che provocherebbe un declino dell’economia norvegese, accompagnato da un alto tasso di disoccupazione e da una contrazione dei livelli di ricchezza?

La nostra ricchezza basata sul petrolio è estremamente vulnerabile. E così noi cerchiamo di sottrarre alla vista il dilemma morale che essa comporta, anche se siamo perfettamente consapevoli delle ripercussioni negative della produzione di idrocarburi.

Non dovremmo prospettare invece una politica in grado di innescare un cambiamento radicale di sistema? Perché non votiamo tutti a favore dei candidati che sostengono questa causa?

Perché vogliamo sempre di più. Perché non è il Dna a guidare il paese, ma la Dnb. La Norvegia è diventata una banca e questo determina anche un problema democratico. ( Fonte: www.presseurop.eu)

Traduzione di Anna Bissanti

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