Lo stagno europeo - di Mario Pianta

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L’Europa è uno stagno. Il Prodotto interno lordo dei primi tre mesi del 2014 cresce di appena lo 0,3%. Tutta la crescita è a Berlino e Londra, con qualche risveglio nell’est. Frana il Sud Europa dei paesi in crisi – da Cipro al Portogallo –, cade l’Italia (-0,1%, che diventa -0,5 a confronto col primo trimestre di un anno fa), la Francia è a zero, la Spagna va poco meglio. La caduta si diffonde al nord: Olanda e Finlandia sono in recessione da due anni. Il declino dell’Italia è un grande balzo indietro di 14 anni: in termini reali il prodotto è ai livelli del 2000.

Non era questa la “narrazione” del governo Renzi. Appena un mese fa, il Documento di economia e finanza prometteva una crescita dello 0,8% nel 2014, più della crescita media degli ultimi vent’anni, un risultato che avrebbe richiesto mezzo punto di crescita in più nei passati tre mesi. E per il periodo 2014-2018 la crescita promessa era del 7,4%, un risultato mai realizzato, neanche nei periodi di “boom”. Certo, si trattava di promesse elettorali. Certo, si tratta di conti sbagliati: in questi anni le previsioni di governi, Ocse, Bce e Commissione sono state significativamente sbagliate due volte su tre (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Economia-europea-sono-pessime-quelle-previsioni-16018). Ma, soprattutto, si tratta di una politica sbagliata: l’austerità soffoca l’economia, e solo a Roma e Berlino credono ancora che i tagli e la precarietà del lavoro siano la via della ripresa.

Per una volta, il principio di realtà rimpiazza le chiacchiere della politica televisiva, mostra il volto della grande depressione che segna l’Italia e due terzi d’Europa. Lo fa alla vigilia del voto per il Parlamento europeo, un’ultima scossa per un elettorato distratto e sfiduciato. Metà degli europei è tentata dall’astensione e dalla protesta populista: una rinuncia a cambiare politiche. L’altra metà sembra rassegnata al pensiero unico delle “grandi coalizioni” al potere, che si preparano a occupare anche il nuovo Parlamento europeo. È incerta la futura guida della Commissione – il democristiano Juncker o il socialdemocratico Schulz – ma è certo che entrambi parlano tedesco e praticano l’austerità. Depressione, disoccupazione di massa, impoverimento si estenderebbero ancora, la divisione tra la Germania – ormai sola – e il resto d’Europa diverrebbe insanabile, l’Europa finirebbe in pezzi. Ma rinuncia o rassegnazione non sono vie obbligate: c’è anche un’altra strada, quella dell’Appello di Euro-pen, la Rete europea degli economisti progressisti (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/Un-altra-strada-per-l-Europa-24289). Fine dell’austerità, banche da legare, il lavoro al primo posto, uno sviluppo giusto e sostenibile, il ritorno della democrazia. La via d’uscita dallo stagno.

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