Lo shut-down, Obama, gli Usa e Brzezinski

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1381501440.jpgE poi dicono che il teatrino della politica è un “affaire” tutto italiano… Guardate a cosa accade in queste ore, negli Stati Uniti d’America.

Lo spettro del crack pubblico (per questo “shutdown” il termine ultimo è il 17 ottobre) si stende su una Casa Bianca dove si affrettano i negoziati, almeno per prolungare di qualche settimana (dicono una quarantina di giorni) le “sottostanti” trattative tra repubblicani (maggioranza nel Congrezzo) con la presidenza Obama e i democratici.

Dopo l’incontro tra Barack Obama e il falco del “great old party” Bohner, giovedì sera (una novantina di minuti finiti in un nulla di fatto) le borse sono tutte contente e rialzano le quotazioni di Wall Street, mostrandosi ottimiste sul mini-accordo – atteso per oggi - che dilazionerebbe, aumentando il tetto possibile di deficit a tempo, la crisi e permetterebbe ai due partiti liberaldemocratici statunitensi di trovare un’intesa tra finanziamento del budget federale e, soprattutto, limitazioni alla spesa pubblica (e cioè tagli al finanziamento della legge detta Obamacare, di parziale copertura assicurativa per i servizi sanitari dei meno abbienti).

Il balletto bizantino tra Casa Bianca e Congresso è tutto qui, ma viene spacciato nel mondo dai media come possibile motivo di Grande depressione”, di “crisi irreversibile” peggiore di quella del 1929.

Per noi, la crisi finanziaria pubblica degli States – pur evidentemente, come già accaduto nel 2011, sul punto di essere esorcizzata – ha ben altro valore, che nessun “informatore” o analista, occidentale o meno, ha avuto la bontà di dichiarare a tutto tondo: gli Stati Uniti, stampando pezzi di carta verde (i dollari) senza alcuna corrispondenza con la loro effettiva ricchezza, hanno finanziato e continuano a finanziare la loro economia esportando con quella moneta senza valore, la loro crisi ovunque possibile nel pianeta. Così da ricattare tutte le altre nazioni, tutti gli altri popoli, di fatto uncinati dal ricatto del dollaro.

Guardate la Cina. O il Giappone. Sono Stati pieni zeppi di valuta americana. Che viene usata per investire sull’export o sulle acquisizioni a colpi di quella carta straccia di aziende strategiche importanti, già fondamentali per le economie delle varie nazioni.

Pensate ad esempio al nostro Eni, inquinato da “fondi” che maneggiano un’abbondante quota del suo capitale azionario.

Ecco. “Globalizzazione”, “libero mercato”, “deregulations e liberalizzazioni”, “privatizzazioni” e svendite sono tuttora il grimaldello finanziario con il quale gli angloamericani in primis – ma ormai anche i Paesi terzi colonizzati dal dollaro – stanno aprendo le porte e sfasciando ogni economia nazionale.

Era tutto scritto e programmato, e messo in esecuzione non appena crollato il Muro di Berlino. E uno dei massimi artefici contemporanei di questo disastro è stato e resta Zbigniew Brzezinski, il consigliere della sicurezza nazionale di Carter, il nemico dell’Iran e della Russia, l’amico dei talibani e dei contras antisandinisti in Nicaragua. Nonché “guida spirituale” del club Bilderberg, il feroce gruppo di pressione che detta legge sugli sviluppi della politica e dell’economia internazionale secondo i desiderata dell’american way of power. Lo stesso che già nel 1991 profetizzava (e programmava) la miseria attuale degli Stati nazionali come l’Italia. E che ipotizzava come ricetta per evitare turbolenze e rivoluzioni anti-atlantiche e antiglobalizzatrici un mondo zeppo di spettacoli e divertimenti per distrarre le masse che da un giorno all’altro si sarebbero trovate a fare i conti con la miseria globalizzata.

Ecco, proprio lui, diventato oggi il guru e padre-padrone di quell’influente gruppo di pressione statunitense che è il Center for Strategic International Studies, di fronte al teatrino dello shut-down, a nove-dieci giorni dall’eventuale ma improbabile crisi federale Usa, ha lanciato un allarme, non a caso sull’autorevole sito Usa pro-repubblicano “newsmax”.

Ne riportiamo degli stralci.

Secondo Brzezinski la minaccia di insolvenza federale “sta creando nel mondo incertezza e sfiducia sugli Stati Uniti e danneggia la nazione”.

Perché – ha detto Brzezinski (che è democratico) – tale crisi di immagine si coniuga con un “decennale declino dell’influenza Usa nel Medio Oriente”, declino iniziato “con la sfortunata guerra che il presidente George W. Bush lanciò, con falsi pretesti” (la presenza di inesistenti armi di distruzioni di massa) contro Saddam Hussein con l’invasione dell’Iraq del marzo 2003.

Un declino che – ha aggiunto Brzezinski – ora deve fare i conti con quanto accaduto in Siria e con Mosca che ha fermato l’intervento Usa contro Damasco. E che, come aveva previsto, sta portando alla “trasformazione delle Primavere Arabe in Inverno Arabo”.

Il mix di indipendentismo, fede religiosa, anti-colonialismo, conflitti tribali, di jihad fondamentaliste, ha sottolineato “Zbig”, è da tempo sbarcato in Africa. Ed è un’offensiva che non rigaurda soltanto gli americani ma anche gli europei: “Guardate a cosa sta accadendo in Libia e che riguarda Francesi e Italiani. Guardate a cosa sta accadendo in Mali, che riguarda particolarmente la Francia. Guardate a cosa sta accadendo in Somalia…”. Con questo fondamentalismo “saremo costretti a convivere per lungo tempo”…

Così Brzezinski, non a caso l’autore della strategia della scacchiera (quando, ai tempi dell’intervento russo in appoggio al governo Afghanistan, dette, proprio lui, inizio alla politica di aiuto ai ribelli e fondamentalisti islamici, da bin Laden ai Talibani) e cioè del progressivo assedio dell’eurasia (il cuore dei tre vecchi continenti) per rendere possibile una colonizzazione americana della macroregione, la più ricca di risorse energetiche da rapinare per consentire all’Occidente angloamericano di sopravvivere.

Tutti i nodi vengono al pettine.

E anche un teatrino sullo shut-down e del default Usa erode dunque l’immagine dell’opulenza e del potere egemonico Usa.

Lo sa bene Brzezinski e si preoccupa. Lo sappiamo bene anche noi e che ne rallegriamo.

 

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