L`Italia tra spread e rating - di Giuliano Augusto

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Lo spread mercoledì aveva chiuso a 156,4, ieri a 159 punti. La più evidente anomalia italiana perché con il debito pubblico ad oltre il 134% il livello dovrebbe essere più che doppio. Tanto per dire, nel novembre del 2011 il livello del debito pubblico (il 120,1%) e quello del disavanzo (il 4,2%) mentre il differenziale tra Btp decennali e Bund tedeschi era a 570 punti. Oggi con il disavanzo al 2,8-3% intorno ai titoli italiani c'è bonaccia finanziaria. Una bonaccia che si era vista anche con il governo di Enrico “Aspen” Letta e un po' di meno con quello di Mario Monti, ex consulente di Goldman Sachs e di Moody's. Si tratta di una anomalia perché è evidente che c'è qualcosa che non torna. Lo spread riflette infatti l'affidabilità che un titolo riceve in quel momento dai mercati finanziari in termini di solvibilità sul lungo periodo. Ma più aumenta l'entità del debito più difficoltà incontrerà lo Stato italiano nel restituire il capitale e pagare regolarmente gli interessi. E se si tiene conto che il nostro Paese si trova di fatto ancora in recessione, con continue chiusure di imprese e perdite conseguenti dei posti di lavoro, ne deriva sul medio e sul lungo termine un crollo delle entrate fiscali e contributive con il rischio concreto di un ulteriore aumento del debito e di una bancarotta. Peraltro il disavanzo è stato ridotto al 4,2% al 2,8-3% grazie soltanto alle tasse che i governi Letta e Monti avevano introdotto e grazie alle solite manovre di finanza creativa, facendo cioè slittare il conteggio di certe spese all'esercizio seguente. La stessa richiesta rivolta dal governo alla Commissione europea di non conteggiare nel disavanzo le spese sostenute per investimenti in opere infrastrutturali è figlia di questo approccio tutto italiano. Tagliare la spesa pubblica è già di per se stesa una impresa improba perché qualunque governo di destra o di sinistra che sia, si troverà di fronte al muro contro muro da parte degli attuali controllori dei centri di spesa, con tutto il corollario di clientele e di lobby varie che hanno i propri addentellati in tutti i partiti. Inoltre, il Patto di Stabilità che condiziona la nostra politica economica e che ha accentuato gli effetti della crisi economica in corso, prevede il taglio del debito pubblico fino al 60% sul Prodotto interno lordo in 20 anni (sic) e l'azzeramento del disavanzo entro il 2016. Come questo sia possibile, non lo sa Renzi ma lo sa Padoan che, da ex dirigente dell'Ocse e del Fondo monetario internazionale si è detto più volte favorevole all'introduzione di una tassa patrimoniale con la quale andare a razziare i risparmi degli italiani. Una tassa che il governo dell'ex sindaco di Firenze è stato più o meno velatamente invitato ad introdurre dalla Commissione europea, dalla Bce e dalla stessa Angela Merkel. La culona tedesca infatti non ha mai visto molto bene gli italienisch che, a suo dire, continuano a godersi la vita mentre i crucchi pensano a lavorare e, sempre a suo dire, a mandare avanti l'Europa. Ed anche, potremmo commentare, a guadagnare sulle disgrazie finanziarie altrui. La bonaccia finanziaria che avvantaggia, per ora, l'Italia, resa possibile dal'acquisto di Btp fatto dal Fondo europeo salva Stati, viene confermata anche dal miglioramento che Fitch, la terza società di rating per importanza, attribuisce all'Italia e alle sue prospettive economiche. Confermato il giudizio BBB+, che sarebbe a dire che i Btp decennali restano ad un gradino appena più alto di titoli spazzatura ma viene migliorato l'outlook, ossia le prospettive economiche, che passa da negativo a stabile. La recessione in Italia è finita, sostiene Fitch. Ma de che? Ma quando mai? Un giudizio positivo (sic) che si basa sul calo dei tassi di interesse che al contrario di quanto sostiene Fitch non avrà conseguenze positive sulla concessione di credito alle imprese, visto che fino a questo momento le banche italiane hanno preferito comprare titoli di Stato legandosi sempre di più al carrozzone dello Stato. Poi Fitch si contraddice pure, perché osserva che l'economia potrebbe migliorare per merito delle esportazioni che stanno andando benino, mentre le importazioni stentano a causa del calo della domanda interna. Affermazione che significa in buona sostanza che gli italiani sono sempre più poveri e che molti non hanno più soldi per comprare alcunché tranne il necessario per sopravvivere. E a volte nemmeno quello.
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