Il soldatino Renzi alla prova dei fatti - di Giuliano Augusto

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Incassata la fiducia numerica delle Camere, il governo Renzi dovrà dimostrare adesso cosa è in grado di fare e non fare. L'ultima spiaggia, l'ultima occasione per l'Italia. Così lo hanno dipinto i giornali “amici” che sono e resteranno tali fino a quando l'ex sindaco di Firenze farà quello che deve fare per dimostrare che sono ben fondate le speranze e le certezze dei grandi gruppi finanziari che hanno contribuito a portarlo a Palazzo Chigi. In particolare sul fronte delle privatizzazioni. I contatti giusti, specie nel mondo finanziario anglofono, seppure occultati, ci sono e sono saldi. Già cinque anni fa, quando Renzi era un giovanissimo “enfant prodige”, un semplice presidente della Provincia di Firenze, quindi appena 33enne, l'età di Cristo quando venne crocefisso, la rivista Usa Time lo presentava come “l'Obama italiano”. Una definizione che ci fa semplicemente venire i sudori freddi perché noti ed evidenti sono i rapporti più che solidi tra l'inquilino della Casa Bianca e gli ambienti di Wall Street dei quali ha accettato di essere il maggiordomo per non dire il servo. I finanziamenti a pioggia versati a banche come la Goldman Sachs o gruppi assicurativi come AIG sono la dimostrazione del fatto che oggi come ieri un presidente Usa o fa gli interessi della finanza nazionale o viene eliminato senza troppe esitazioni. I casi di Lincoln, Garfield, McKinley e Kennedy stanno lì a dimostrarlo. Non a caso stiamo citando la Goldman Sachs perché è una banca che da decenni sta svolgendo un ruolo nefasto nelle vicende italiane sia attraverso le speculazioni contro i nostri titoli di Stato, sia attraverso le consulenze offerte al governo italiano per la privatizzazione di quote consistenti di società pubbliche come Eni e Telecom. Una Goldman Sachs, alla quale, per le privatizzazioni di quel che resta pubblico di Eni, Enel e Finmeccanica, e società collegate, Renzi farà sicuramente ricorso e utilizzerà sicuramente i servizi offerti dalla banca guidata da quel simpatico criminale che risponde al nome di Lloyd Blankfein. E' soprattutto su questo fronte che il governo Renzi dovrà guadagnarsi un periodo di tregua e di bonaccia finanziaria da parte della City e di Wall Street. Fai le privatizzazioni, svendici le aziende italiane e ti lasceremo in pace. Per il resto, fai tutte le altre cose che ti chiedono le imprese italiane e i vari organismi tecnocratici internazionali. Ossia Fondo monetario internazionale, Banca Mondiale, Ocse, Commissione europea e la Banca centrale europea. Per cui, il mercato del lavoro riformato all'insegna del precariato e della flessibilità, per aiutare la competitività. La liberalizzazione di tutte le attività economiche. Una bella tassa patrimoniale. Il taglio della spesa pubblica e la diminuzione del debito e del disavanzo pubblici. In buona sostanza, lo smantellamento dello Stato Sociale e del sistema pensionistico pubblico che dovrà essere sostituito da forme di previdenza private, quindi controllate da banche e da società di assicurazioni. Renzi, nel suo discorso di presentazione del programma, ha annunciato, tra mezze frasi ora oscure ed ora no, che taglierà le tasse sul lavoro e metterà la burocrazia pubblica nelle condizioni di non nuocere. Quella burocrazia annidata nei Ministeri e nelle amministrazioni locali che fa di tutto per rendere la vita difficile ed impossibile ai cittadini e alle imprese. Tutto scontato e prevedibile. Su una impronta “giovane” e “moderna” della sua azione, il nuovo capo del governo si gioca tutto il suo presente e il suo futuro. I suoi margini di manovra sono però risicati e diventeranno minimi se soltanto si proverà a toccare gli interessi consolidati pubblici e privati. Poi, se gli andrà male e verrà defenestrato, potrà sempre iniziare una attività di consulenza o di lavoro per la Goldman Sachs. In tal modo potrà aggiungersi ai tanti italiani che lo hanno preceduto. Come Gianni Letta (lo zio), Romano Prodi, Mario Draghi, Mario Monti (pure consulente di Moody's) e il non compianto Tommaso Padoa Schioppa. Come a dire che al peggio non c'è mai fine.
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