Ecco perche' occorre tagliare le tasse ' Made in Italy'

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://italian.irib.ir/media/k2/items/cache/bc6c1e6fb257146f09b046dded189d5a_XL.jpgLa destra e le tasse. Un confronto che si tira dentro l’impresa. E il lavoro. Di chi ce l’ha e di chi non ce l’ha: in poche parole occupati e disoccupati. Sappiamo che l’Italia e’ prima in Europa e leader mondiale nel cosiddetto “total tax rate”.

Cos’è? E’ il carico fiscale complessivo, formato da tributi di qualunque natura, che grava sull’impresa. Sono inclusi gli oneri sociali che il datore di lavoro paga per ogni proprio dipendente. Dato questo che per quanto riguarda il nostro Paese riveste grande rilevanza. “Paying taxes 2011″, e’ l’indagine comparata realizzata in partnership dalla Banca mondiale, dall’Iif e da PriceWaterhouse Coopers. Il rapporto riguarda 183 paesi del mondo. In Europa la classifica del total tax rate con un peso pari al 68,6% dei profitti commerciali, e’ guidata dall’Italia che e’ anche ai primissimi posti nel mondo. La media europea infatti e’ del 44,2%, quella mondiale del 47,8%. Poco meglio di noi, in Europa, la Francia (65,8%), mentre in Germania la percentuale è al 48,2%, in Spagna al 56,5% e nel Regno Unito al 37,3%. Sotto il 30%, invece, si collocano il Lussemburgo, quello con la percentuale più bassa in Europa (21,2%), ma anche Cipro, Irlanda, Bulgaria e Danimarca. A livello globale sui 183 paesi dello studio, l’Italia e’ al 167°posto (graduatoria da leggersi in senso ascendente) quanto al peso del prelievo fiscale sulle imprese.

Tornando allo studio World Bank, dietro all’Italia si colloca il Brasile, 168° nella graduatoria del carico fiscale con il 69%. Tra i principali paesi europei, la Germania è 128esima, la Francia 163esima, la Gran Bretagna 76esima e la Spagna 150esima. Il paese che nel mondo vanta il minor carico fiscale per le imprese è Timor-est, nel sudest asiatico, con lo 0,2%, davanti a Vanuatu, un’isola nell’Oceano Pacifico, con l’8,4% e le Maldive con il 9,3%. In fondo alla classifica, cioe’ ci batte la Repubblica Democratica del Congo con il 339,7%. Il che dice tutto. La tendenza e’ a peggiorare perché siamo scesi di un posto: l’anno scorso l’Italia era al 166* posto. E – come scrivono i redattori dell’indagine – e’ probabile che prossimamente peggioreremo ancora. Questo perchè durante le fasi di crisi come questa il peso del fisco per le imprese aumenta di fatto: rimane ferma la pressione fiscale, mentre gli utili diminuiscono. Fermiamoci. A che cosa e’ dovuto, sul piano fiscale, il “caso italiano”? Qui sta la questione politica: la nostra anomalia e’ il livello di contributi sociali a carico del datore di lavoro e della quota di Irap che viene attribuita alla componente lavoro. Questo fa schizzare il carico fiscale che schiaccia l’impresa italiana. Attenzione, non siamo a uno o due punti in piu’ ma a venti punti in più che i nostri imprenditori si devono sobbarcare rispetto alla media dei loro colleghi in Europa e nel mondo. Quindi e’ sugli oneri contributivi

che bisogna intervenire. Una tesi può essere subito enunciata: gli oneri sociali non sono proporzionali al grado di protezione effettiva del lavoratore. Altrimenti non si spiegherebbe perché Paesi come la Germania che ha un’economia sociale e un sistema di tutele “forte”, vanta quei venti punti in meno di carico fiscale di cui dicevamo. E qui la questione della pressione tributaria sull’impresa incrocia quella dell’occupazione. Sono di questi giorni i dati della disoccupazione in Italia. A giugno la disoccupazione giovanile e’ aumentata ancora: sono senza lavoro il 39% dei ragazzi attivi. Più esattamente e’ in lieve calo la disoccupazione su base congiunturale, ma ancora in sensibile aumento nei tendenziali, che vedono addirittura un balzo dei 4,6 punti percentuali dell’incidenza dei disoccupati con età compresa tra i 15 e i 24 anni sul totale degli occupati o in cerca di lavoro della stessa età; un dato quest’ultimo che fa salire il tasso di disoccupazione giovanile fino a un passo dalla soglia psicologica del 40% (siamo infatti al 39.1%; + 0,8 punti percentuali l’incremento congiunturale).

Quali possono essere le soluzioni. Dibattito aperto. Diciamo la nostra.

La prima idea e’ quella del cosiddetto contratto unico. Superare la cinquantina di tipologie contrattuali e arrivare a un contratto unico. Va bene un primo triennio flessibile e meno garantista e poi contratto a tempo indeterminato pieno. Il che non vuol dire “a vita”. Nel triennio iniziale il lavoratore deve costare poco sul piano previdenziale. L’esempio citato da Tito Boeri e dagli economisti di La Voce.it e’ illuminante: si possono accordare cinque mesi di maternità a una lavoratrice che ha un contratto di un anno come a una che ha un contratto a tempo indeterminato?

Secondo. Investire sull’impresa. Ridurre a tutti i costi il cuneo fiscale. Ad esempio, l’Irap va cancellata. Del tutto. I soldi? Vanno trovati lungo la via prioritaria degli incentivi alla stessa impresa da parte dello Stato. Vanno cancellate tutte le forme di erogazione diretta di provvidenze, dirette e indirette, alle aziende. Non solo in conto capitale, anche in conto interessi. Dai risparmi di spesa dell’eliminazione degli incentivi occorre trarre risorse per tagliare le tasse sull’impresa e sul lavoro. E’ meglio per le imprese. E si eliminano domande, istruttorie, graduatorie, uffici erogatori, burocrazie e…corruzioni, corrotti e corruttori.

Terzo punto. Il Sud. Un programma che assicuri a chi investe nei territori del Sud, per 20 anni, l’azzeramento degli oneri contributivi per ogni unita’ lavorativa creata. Anche con forme di auto-impiego da parte di giovani e donne. Non c’è bisogno di soffermarsi, e’ intuitivo perché. Destinando i fondi strutturali europei tutti quelli possibili, concordando l’operazione con Bruxelles. Ci sono precedenti. Si eliminerebbero con un’unica maxi operazione legata a una grande mission giovani-donne-Mezzogiorno, i tanti rivoli dell’euro-spesa. Che poi resta sulla carta. Lo scandalo delle risorse europee non inutilizzate continua. Incredibilmente. Una nuova destra, liberal-popolare, può fare la sua parte. A patto che abbia le idee chiare. Come finora non ha dimostrato di avere sufficientemente. Partendo da qui: senza impresa non si crea lavoro. Le tasse “made in Italy” schiacciano l’una e l’altro. E anche la nostra Italy.

Fonte: generazioneitalia.it

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