Demografia, democrazia e mercato in Italia - di Eugenio Orso

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La democrazia di mercato occidentale, specie se interamente nelle mani di pochi oligarchi finanziari, fa male all’Italia, molto male. Ce lo dice la demografia, che notoriamente studia le dimensioni quantitative della popolazione e i movimenti migratori. Ce lo dice anche l’Istat nel suo consueto rapporto annuale. Ma, soprattutto, ce lo suggerisce la semplice osservazione della realtà quotidiana che abbiamo intorno e in cui ci muoviamo.

Abbiamo l’impressione che il disegno di lungo periodo sia quello di ridimensionare quantitativamente (oltre che qualitativamente) il popolo italiano e di ridurre la popolazione della penisola, che comprende i lavoratori immigrati e i loro figli. A realizzare questo disegno concorrono le politiche economiche unioniste, i trattati imposti, le lettere della bce e i “consigli” del fmi. Fuga di cervelli, giovani costretti a cercare un futuro all’estero ed esodo degli immigrati verso nord, come rileva l’Istat, sono fenomeni che vanno tutti in questa direzione.

Quello italiano più che mai è destinato a diventare un popolo superfluo, nel mondo globalizzato e nell’eurolager, volendo usare un’espressione cara a Marco Della Luna, autore di Oligarchia per popoli superflui. Dopo il voto a valanga al pd e a Matteo Renzi, ossia al fronte euroservo che il predetto disegno ha il compito di realizzare, calo demografico, emigrazione e disoccupazione cresceranno ancor più decisamente.

Se è vero che i disoccupati più gli inattivi hanno ormai sfondato la soglia dei tre milioni di unità (6,3 nel 2013 secondo l’Istat), con la possibilità che crescano ancora esponenzialmente nel prossimo futuro, l’impulso allo spopolamento della penisola si farà ancora più deciso. C’è da rimpiangere l’immigrazione massiva, davanti a una situazione come questa, ma il flusso di immigrati si sta progressivamente riducendo, di pari passo con le “opportunità di lavoro” (anche di quelle più spregevoli). Quanto precede altro non è che l’effetto delle “riforme” da Monti in poi, combinato con la mediocre gestione del paese dei precedenti governi, Berlusconi III, Prodi II e Berlusconi IV. E’ il risultato dell’inefficienza degli ultimi tre governi eletti e dell’azione rigorista-contabile dei tre successivi, “nominati” dalla troika, che ha accelerato la caduta demografica e occupazionale dell’Italia.

Il calo demografico dell’ultimo quinquennio, sempre meno compensato dai figli degli immigrati, testimonia che effettivamente l’Italia è un paese di vecchi. E’ certo che gli ultrasessantacinquenni prevalgono ampiamente sui giovani fino a quindici anni (151,4 contro 100, per l’Istat). Ma sicuramente non bastano l’invecchiamento della popolazione e la distanza temporale, ormai grande, dal raggiungimento della finestra demografica per spiegare la situazione. Vale a dire che per capirci di più gli andamenti demografici devono essere integrati con osservazioni di natura economica, politica e culturale, visto che è proprio da questi aspetti che in buona parte dipendono. Un piccolo esempio. Se Prodi II (inteso come governo dal maggio 2006 al maggio 2008) non avesse scippato le tredicesime dei lavoratori dipendenti per costituire il celebre “tesoretto”, lasciato in eredità a Tremonti e al Berlusconi IV, ma avesse praticato un po’ di deficit spending fregandosene dell’”europa”, forse oggi avremmo qualche lavoratore attivo in più e qualche emigrato in meno. Poco per la verità, ma meglio di niente. Parimenti, se Berlusconi IV (inteso come governo dal maggio 2008 al novembre 2011) avesse spinto un po’ meno sull’acceleratore della precarietà del lavoro, tornando a forme di tutela e di stabilizzazione, oggi avremo qualche “stabilizzato” in più e qualche neonato in più, perché i figli in genere si fanno se c’è un po’ di certezza lavorativa, di reddito ed esistenziale. Poco per la verità, ma meglio di niente. Intanto l’Istat ci avverte che nell’ultimo quinquennio abbiamo avuto oltre sessantamila nati in meno.

L’Italia è un paese “per” vecchi (oltre che di vecchi), come afferma qualcuno, ma anche questo non è del tutto vero, perché alcuni milioni di pensionati al minimo se la passano malissimo in un paese di vecchi … che maltratta i vecchi non assicurando a molti, fin troppi, pensioni decorose. Un paese che non è più in grado di offrire occasioni di lavoro ai giovani, se gli “sfaccendati” fra i 15 e i 29 anni, secondo l’Istat, sono arrivati a quasi due milioni e mezzo nel 2013, con una crescita di oltre il 30% rispetto al 2008. Neppure la precarietà più spinta può salvare dalla disoccupazione. Ma Renzi insiste su questa strada con l’ex coop Poletti e si prepara, probabilmente per l’anno venturo, a introdurre nell’ordinamento il contratto di inserimento (precario) con tutele crescenti nel tempo.

La vita in questo paese è dura anche per i cinquantenni, se è vero oltre un milione di questi (disoccupati, inoccupati o forze lavoro potenziali) vorrebbe lavorare e non trova niente. Davanti a simili problemi gli 80 euro mensili di bonus elettorale renziano pesano come il due di picche a briscola, quando escono denari.

Per farla breve e chiudere, c’è uno stretto legame fra demografia, democrazia e mercato. Infatti, la pessima situazione demografica italiana è pienamente spiegabile solo se si considerano le politiche economiche effettivamente applicate, i modelli culturali adottati, e l’incapacità dei governi eletti o la totale dipendenza dai poteri esterni dei governi “nominati”.

Fonte: Pauperclass 

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