Come uscire dall'incubo della stagnazione - di Vincenzo Comito

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://ts1.mm.bing.net/th?id=H.5016961082196980&pid=15.1Affidarsi a interventi legati alla sfera finanziaria o puntare sull'economia reale? Proposte e idee a confronto per uscire dalla grande crisi

Nelle settimane scorse abbiamo pubblicato un articolo (www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Le-ragioni-finanziarie-della-crisi-dell-euro-21240) che riportava, tra l’altro, le valutazioni di alcuni economisti su quella che sembra delinearsi come un’epoca apparentemente lunga di sostanziale stagnazione dell’economia occidentale.

Tutto è partito da un recente discorso al Fondo monetario internazionale di Larry Summers, già segretario al Tesoro con Clinton. Summers sottolineava come l’economia dei paesi ricchi già prima della crisi si sviluppasse solo moderatamente e soltanto grazie a grandi stimoli monetari e alla crescita di una bolla immobiliare e di una del debito, pubblico e privato; egli constatava poi come ci si trovi oggi in una situazione di depressione di lungo termine (“secular stagnation”) che potrebbe durare a lungo e costituire ormai la normalità delle cose.

Tra i fattori che possono aver portato a questo risultato l’economista, rifacendosi anche ad Hansen – che, analizzando la crisi degli anni Trenta, citava tra le ragioni possibili il rallentamento del fattore demografico e di quello tecnologico –, sottolinea in particolare come l’abbassamento dei tassi di natalità porti con sé un rallentamento nei consumi e negli investimenti.

Il discorso di Summers è stato subito ripreso da due commentatori economici di peso, Paul Krugman, tra l’altro editorialista del New York Times e Martin Wolf, forse la voce più autorevole del Financial Times. I due studiosi hanno sostanzialmente approvato le analisi dell’economista americano, peraltro noto a suo tempo come uno dei “colpevoli” della crisi del sub-prime.

Le ragioni della stagnazione

Anche Stephen King (King, 2013) ha una visione molto negativa della situazione. Egli sottolinea come alla radice delle difficoltà stia il fatto che le retribuzioni sono depresse, mentre i tassi di interesse presentano la prospettiva di restare molto bassi a lungo; intanto il livello di indebitamento dei governi è elevato, mentre le imprese preferiscono conservare le liquidità nelle casseforti piuttosto che investirle; nonostante poi che le banche centrali tengano continuamente in funzione le macchine da stampa dei biglietti, l’inflazione si mantiene sorprendentemente a livelli molto bassi e semmai aleggia il pericolo della deflazione.

La situazione per l’autore appare molto diversa da quella del “periodo d’oro” dell’economia occidentale, quello dei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, che presentava molte leve della crescita. Si poteva in effetti registrare la fine del protezionismo, presente in forze invece tra le due guerre, e la grande apertura delle frontiere, un rilevante aumento dell’offerta di forza lavoro, con l’ingresso sul mercato della manodopera femminile e, almeno negli Stati Uniti, dei baby-boomer, la forte crescita del livello medio di istruzione, in particolare di quella universitaria, l’espansione dell’indebitamento delle famiglie. Tutti questi fattori favorivano in maniera rilevante lo sviluppo.

Per Mariana Mazzuccato (Mazzuccato, 2013) gli indicatori della debolezza dell’economia reale sono oggi dovunque. Le grandi imprese non mancano certo di fondi; ma le prime 5.000 società dell’elenco di Fortune hanno speso 3 trilioni di dollari nell’acquisto di azioni proprie nell’ultimo decennio, mentre molte imprese leader in settori ad alta intensità scientifica e tecnologica hanno impiegato nello stesso periodo più fondi in operazioni di riacquisto di azioni proprie che in ricerca e sviluppo. La stagnazione di tipo secolare è nella sostanza, per la Mazzuccato, il risultato della mancanza di investimenti produttivi volti al futuro.

Non manca chi, correttamente a nostro avviso, sottolinea tra i colpevoli di questa situazione la crescente diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza (Rossi, 2013).

Jeoffrey Sachs (Rogoff, 2013) ha sostenuto che in particolare l’economia americana deve confrontarsi con una pletora di difficoltà strutturali ad uno sviluppo sostenibile, quali l’offshoring, lo sbilancio sul mercato del lavoro delle competenze richieste e invece di quelle disponibili, l’ invecchiamento delle infrastrutture.

Cosa si può fare

Naturalmente tra quelli che pensano che la tesi della stagnazione sia corretta si sta sviluppando il dibattito su cosa si possa fare per cambiare la situazione. Lo stesso Summers e M. Wolf, ipotizzando che le difficoltà dipendano sostanzialmente da una carenza di domanda, suggeriscono di aumentare gli investimenti privati e anche quelli pubblici, vista anche la grande disponibilità di liquidità presente nei mercati finanziari, disponibilità che aspetta con impazienza di trovare degli sbocchi adeguati.

Anche la Mazzuccato, così come il nuovo governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, sottolineano, parallelamente, la necessità di passare da un modello di sviluppo basato sui consumi, a loro volta spinti da un alto livello di indebitamento, ad uno basato sugli investimenti produttivi (Mazzuccato, 2013).

Per altro verso, la stessa Mazzucato ricorda che, in una situazione in cui la finanza si concentra sulle attività speculative di breve periodo, la politica dovrebbe avviare la riforma del settore e, parallelamente, la definanziarizzazione dell’economia reale, in modo da indirizzare le risorse verso gli impieghi produttivi.

Anche l’Economist (The Economist, 2013) si dichiara d’accordo sulla necessità di spingere sugli investimenti, in particolare su quelli pubblici, sottolineando come in molti paesi le infrastrutture siano in uno stato pessimo.

Heather Stewart sull’Observer (Stewart, 2013) cerca di presentare una lista delle proposte avanzate da diverse parti. La giornalista ne individua cinque.

Intanto la stessa Stewart ricorda la necessità di portare avanti misure di quantitative easing da parte delle banche centrali, come del resto per l’eurozona suggeriva W. Munchau e come ricordato nel nostro precedente articolo.

Ma la Mazzuccato ci ricorda peraltro che le risorse derivanti dai programmi di quantitative easing sono finite per la gran parte nelle casseforti delle banche invece di essere utilizzate per finanziare i programmi delle imprese.

Ann Pettifor, come ricordato dalla Stewart, suggerisce, nell’ambito di tale quadro concettuale, che sarebbe opportuno che le banche centrali finanziassero direttamente progetti relativi al rinnovamento delle infrastrutture e alla crescita dell’economia verde, coinvolgendo eventualmente nel processo anche i risparmiatori privati.

Viene poi il rimedio noto come elicopter money, che, nella sostanza, è una variante spinta del quantitative easing e che consiste nel fare correre al massimo le presse e a stampare denaro da distribuire in qualche modo al pubblico e/o da fornire in qualche modo alle casse dello stato.

Un economista statunitense, Adam Posen, suggerisce poi, tra l’altro, la creazione nei vari paesi di un’istituzione apposita che faccia prestiti alle piccole e medie imprese vendendo sul mercato delle obbligazioni mirate.

I ben noti e contestati economisti statunitensi Carmen Reinardt e Ken Rogoff suggeriscono invece la necessità di una ristrutturazione del debito pubblico dei paesi in maggiore difficoltà, secondo schemi già utilizzati negli scorsi decenni per i paesi sottosviluppati (Rogoff, 2013).

C’è infine un metodo più blando di ristrutturazione finanziaria, suggerisce la Stewart, che è quello di tenere i tassi di interesse sui depositi a livelli molto bassi e ad obbligare le banche e i fondi pensione a tenere nel loro portafoglio rilevanti quote di obbligazioni pubbliche; questo metodo di repressione finanziaria, come è meglio noto, permetterebbe ai governi di continuare a farsi prestare del denaro alla fine a spese dei risparmiatori.

Il salario minimo

Nel dibattito sul cosa fare si possono inserire alcuni sviluppi recenti in tema di salario minimo orario. Certo misure di questo tipo possono dare solo un contributo moderato alla soluzione del problema, ma esse dovrebbero certamente essere benvenute.

È noto come in Germania gli accordi tra la Merkel e l’Spd per la formazione del nuovo governo prevedano l’introduzione del salario minimo orario pari a 8,5 euro, valore che non appare disprezzabile e che corrisponde, al cambio odierno, intorno agli 11,5 dollari. Tale misura dovrebbe contribuire ad aumentare la remunerazione di molti milioni di lavoratori del paese e bisogna poi considerare anche l’effetto di riflesso che esso potrà avere su di una platea più ampia di lavoratori.

Intanto negli Stati Uniti, dove il salario minimo orario nazionale è oggi e da diversi anni di soli 7,5 dollari, si discute in queste settimane se elevarlo, secondo le proposte di Obama, almeno sino a 10,0. Ma la decisione a livello nazionale è bloccata, come al solito, dai repubblicani, mentre diversi economisti neoliberisti manifestano il dubbio che tale aumento possa essere dannoso all’economia. Nel frattempo, peraltro, molti stati hanno approvato una soglia di remunerazione più alta.

Conclusioni

Sembrano molti gli economisti che si sono dichiarati sostanzialmente d’accordo con l’analisi di Summers.

Per quanto riguarda i possibili rimedi alla situazione, si invocano interventi che hanno a che fare più strettamente con la sfera finanziaria (allargamento delle politiche di quantitative easing, miglior controllo ed indirizzo della finanza, ristrutturazione del debito pubblico di diversi paesi, ecc.) ed altri che toccano più direttamente la sfera dell’economia reale (in particolare puntando su maggiori investimenti privati ed anche, se non soprattutto, pubblici).

Ma sulla strada della gran parte degli interventi invocati c’è di mezzo la politica; le misure elencate verrebbero ad urtare contro la forte e decisiva opposizione della Merkel in Europa e dei repubblicani negli Stati Uniti.

Cosa fare allora? Non vorremmo che prevalesse l’attuale ricetta britannica, che consiste apparentemente nel gonfiare di nuovo le bolle immobiliare, della finanza e del debito, con qualche risultato sul breve termine, come sembra, ma con prospettive piuttosto note a distanza ragionevole.

 


Testi citati nell’articolo

-King S., There is no easy escape from secular stagnation, www.ft.com, 25 novembre 2013

-Mazzuccato M., Serious innovation requires serious state support, www.ft.com, 4 dicembre 2013

-Rogoff K., What’s really behind sluggish economic growth?, www.theguardian.com, 4 dicembre 2013

-Rossi D., Companies must reinvest their cash hoard, www.ft.com, 27 novembre 2013

-Stewart H., Unthinkable? Five radical ways to stop the economic slump, www.theguardian.com, 24 novembre 2013

-The Economist, More bricks, fewer bubbles, 7 dicembre 2013

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