Cambi fissi, capitale e lavoro - di Andrew Spannaus

Pubblicato il da borsaforextradingfinanza

http://www.movisol.org/pix/jfk-assassination.jpgPubblichiamo un articolo scritto da Andrew Spannaus per NoBigBanks.

L'articolo costituisce la continuazione di uno scambio di vedute con il Prof. Alberto Bagnai e ha lo scopo di presentare in modo più approfondito le idee che sono state discusse.

 

Bagnai e NoBigBanks (2):
cambi fissi, capitale e lavoro

Con questo scritto è nostra intenzione dimostrare:

1. l'errore nel paragonare il sistema di Bretton Woods a quello dell'euro, solo perché il cambio fisso era/è presente in entrambi. Il primo sistema ha permesso decenni di sviluppo economico tra stati nazionali, il secondo ha annullato la sovranità nazionale ed imposto il liberismo finanziario;

2. il ruolo fondamentale della regolamentazione nel garantire che il sistema finanziario sia al servizio dell'economia reale, creando un'armonia degli interessi tra "capitale e lavoro", per utilizzare i termini proposti dal prof. Bagnai.

* Alleghiamo il testo in formato pdf per agevolarne la lettura * Bagnai e NoBigBanks (2) – cambi fissi, capitale e lavoro

Lo scambio era nato da alcuni tweet del Professore, che non aveva gradito un nostro riferimento a lui su Tumblr; per qualche motivo si era sentito accomunato ad un'altra figura, quella di Carlo Azeglio Ciampi (compare sul nostro sito anche lui per essersi dichiarato a favore della riforma bancaria). Al solito, lo ricordiamo ancora una volta, riportiamo le dichiarazioni pro Glass-Steagall, ma ciò non significa che diamo sostegno politico a chicchessia. Chi ci legge sa benissimo invece che abbiamo sempre criticato tutta la banda del Britannia che ha svenduto il Paese a partire dagli anni '90 con le privatizzazioni e le liberalizzazioni a favore della grande finanza.

Ad ogni modo, desideriamo sviluppare il confronto, lungi da noi il desiderio di proseguire con polemiche inutili (http://nobigbanks.it/2013/07/12/alberto-bagnai-e-nobigbanks/).

Nel frattempo, placatisi gli animi, abbiamo scritto a Bagnai per esporre in modo sintetico la nostra posizione, così da capire i motivi più profondi della sua irritazione nei nostri confronti. Infatti ci troviamo a concordare nella critica agli squali della finanza, al sistema dell'euro, al liberismo saccheggiatore… dunque non ci spiegavamo una reazione così piccata.

E così arriviamo alle polemiche "utili" su alcuni punti più succosi. Dal nostro scambio via e-mail sono emerse due questioni che vorremmo trattare brevemente qui:

  • il ruolo dei cambi fissi,
  • il rapporto tra capitale e lavoro, e cioè se è possibile creare un sistema in cui il sistema finanziario e l'economia reale lavorino in sintonia.

Intanto, una premessa: nel rappresentare il pensiero del prof. Bagnai ci basiamo principalmente su ciò che ci ha scritto nelle poche conversazioni pubbliche e private tra di noi.

Ci troviamo d'accordo su vari punti, ma laddove vediamo delle differenze, desideriamo intervenire e promuovere una discussione fruttuosa.

Per noi non si tratta tanto di questioni "tecniche", ma di aspetti che riflettono una certa concezione politica e storica: è fondamentale essere espliciti sulla propria visione dell'uomo e della società. Infatti, ce ne sono tanti ad essere contro la grande finanza, l'imperialismo e il disastro dell'euro: da Casapound ai movimenti rivoluzionari di sinistra. Diventa molto importante capire la concezione sottostante alle posizioni pubbliche di chi vuole essere "maestro" di cambiamento.

Sul primo punto, quello dei cambi fissi, Bagnai ci accusa di stare dalla parte degli imperialisti. Per lui chi difende un qualsiasi cambio fisso difende l'euro. E vede il cambio fisso unicamente come un meccanismo attraverso il quale i paesi forti riescono a scaricare i loro problemi sui paesi deboli, per esempio costringendo i paesi più deboli ad indebitarsi.

Tra l'altro, notiamo che Beppe Grillo ha ripreso lo stesso concetto in una dichiarazione del 24 luglio, dunque si intravede bene la nota influenza di Bagnai sul M5S.

A nostro avviso, Bagnai si concentra troppo sul meccanismo del cambio, piuttosto che sulla politica economica che c'è dietro. Questo lo porta a considerare il sistema dell'euro e quello di Bretton Woods come simili solo perché entrambi non permettono il cambio fluttuante.

Le differenze invece sono tante, e sono evidenti a chi non ha una visione ideologica della politica mondiale.

In breve, il sistema dell'Euro e quello di Bretton Woods rappresentano due paradigmi decisamente diversi: il primo (l'euro) è utilizzato per imporre il liberismo finanziario e minare la sovranità nazionale, il secondo (Bretton Woods) è un sistema che pur con tanti difetti ha permesso oltre due decenni di ricostruzione e di sviluppo economico. Dunque occorre guardare al contesto storico e politico.

Bretton Woods fu impostato dal presidente americano Franklin D. Roosevelt per indirizzare la politica economica occidentale del dopoguerra. È fuori di dubbio che Roosevelt – attraverso il suo rappresentante Harry Dexter White – volle dare agli Stati Uniti il ruolo principale, rispetto alle potenze europee. Vedere in questo dell'imperialismo però sarebbe un grande errore. Basti ricordare i continui ammonimenti di Roosevelt a Churchill durante gli anni della guerra, rintracciabili nei documenti storici: ‘dopo la guerra i vostri imperi coloniali (britannico, francese, olandese) dovranno essere smantellati' - diceva Roosevelt - 'non vi facciamo vincere per salvare il vostro sistema coloniale'.

Roosevelt morì prima della fine della guerra, e purtroppo la sua grande capacità di guida – si consideri il New Deal, le regole contro la finanza, le grandi opere pubbliche – mancò nel dopoguerra. Ma la direzione era stata impostata, e invece del saccheggio dei paesi vinti come si era visto tante volte nella storia, si sono vissuti più di due decenni di ricostruzione e sviluppo economico.

Come abbiamo scritto altre volte (ecco i link ai post su Keynes 123) l'alternativa a questo sistema era la proposta di Keynes di una sorta di moneta globale, il bancor, che avrebbe dato più potere ai banchieri centrali, piuttosto che ai politici con una visione anticoloniale. La differenza non è di poco conto.

Questa "difesa" di Bretton Woods non vuole essere una giustificazione di tutti gli errori gravi commessi soprattutto dalla fine degli anni '60 in poi. Infatti da quel momento cambiò l'impostazione delle élite occidentali, che decisero di svoltare verso la società post-industriale. Di conseguenza, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale furono trasformati in strumenti di ricatto e di saccheggio, piuttosto che di aiuto per i paesi in via di sviluppo.

Tra l'altro fu proprio quello il periodo in cui vennero rotti gli accordi di Bretton Woods, con l'abbandono del sistema di cambi fissi deciso dal presidente Nixon il 15 agosto 1971.

È da lì che parte la finanziarizzazione dell'economia mondiale: vengono man mano smantellate quasi tutte le regole e i controlli che garantivano la stabilità e il progresso, a favore della deregulation e del dominio della speculazione.

Dunque non si può fare un'equivalenza superficiale. Con Bretton Woods le nazioni europee riuscirono a svilupparsi. C'erano sì degli aiuti e condizionamenti esterni, ma gli stati avevano decisamente più sovranità rispetto ad oggi.

Quella sovranità è stata rimossa dal sistema dell'euro.

Con la creazione dell'euro, in modo particolare dal Trattato di Maastricht nel 1992, lo scopo esplicito è stato di creare una politica sovranazionale, ponendo fine allo stato nazionale; scopo ben diverso da quello perseguito da Franklin Roosevelt e John F. Kennedy, rappresentanti della parte migliore della storia americana – il secondo non a caso assassinato dalle forze che vollero cambiare direzione negli USA e a livello internazionale.

Possiamo sintetizzare la nostra posizione in questo modo: servono dei meccanismi concordati per regolamentare i flussi monetari e commerciali globali, decisi (non in modo rigido, ma periodicamente aggiornati) dai governi e non dai centri finanziari o oligarchici. Le regole del sistema di Bretton Woods accompagnarono un periodo di sviluppo e progresso; il loro abbandono inaugurò la lunga stagione di liberoscambismo e finanziarizzazione che ci ha regalato la situazione attuale. Il sistema dell'euro fu creato proprio per cristallizzare il nuovo paradigma, annullando la sovranità nazionale e garantendo il dominio della finanza speculativa.

Allora, la differenza con il prof. Bagnai pare essere proprio su questo punto. Noi vogliamo impostare un sistema di regole tra stati sovrani, capace di mettere il sistema finanziario al servizio dell'economia reale. Pure Bagnai sembra riconoscere che quelle regole hanno essenzialmente funzionato nel dopoguerra, ma poi dice che nella pratica non è possibile, quindi bisogna agire in altro modo.

Infatti ci ha scritto che in teoria occorre sì portare avanti la "battaglia alta" di disegnare regole e meccanismi che evitino che le disparità interne ai paesi vengano scaricate all'esterno. Ma conclude dicendo che non si può fare, perché "implica una cooperazione fra capitale e lavoro che l'attuale fase storica non vede come possibile".

Questo ci porta al secondo punto, la relazione tra finanza e economia reale, oppure tra "capitale e lavoro".

http://www.movisol.org/pix/carey__harmony-of-interests.pngL'utilizzo di questi termini ci ricorda anche il dualismo dei marxisti, che dividono la società in classi con una certa rigidità ideologica: capitalisti e operai, ricchi e poveri.

La questione è ancora importante però, visto che è sempre più evidente lo scontro tra chi diventa straricco sfruttando il sistema dei mercati finanziari, e il 99% della popolazione che ne soffre le conseguenze.

Tuttavia, come cercheremo di spiegare sotto, l'ottica di classe rimane valida solo per chi rifiuta i giusti strumenti di politica economica, solo per chi non riesce a concepire un sistema finanziario che lavori correttamente a favore del bene comune.

Noi sottolineiamo l'importanza di un sistema finanziario con regole capaci di bloccare la speculazione finanziaria. Ormai siamo al dominio dei mercati sulla politica. Questo succede perché negli ultimi decenni si è imposta un'ideologia (per usare un termine già generoso) liberoscambista che vieta esplicitamente agli Stati di indirizzare la propria politica economica. La concezione liberista dice che sono i mercati ad allocare i beni e i capitali nel modo più efficiente; dunque se interviene lo Stato si avrà per forza una distorsione.

Seguendo questa linea i governi hanno abdicato alla propria sovranità. Esistono le banche centrali indipendenti, che perseguono i fini della "stabilità" a favore dei loro sponsor, ossia le grandi banche private globalizzate, che non vogliono un cambiamento nel sistema attuale che garantisce loro un potere che va ben oltre quello degli stati stessi.

La campagna per la separazione bancaria (Glass-Steagall) e per una Banca Nazionale che fissi la politica creditizia e garantisca gli investimenti per l'economia reale, si pone l'obiettivo di spuntare le armi della finanza speculativa; non saranno più i capitali privati alla ricerca del profitto a breve termine ad impostare la direzione dell'economia in generale. E non si potrà più utilizzare quel sistema per scopi geopolitici come arma contro le nazioni.

In un sistema funzionante le regole agevoleranno gli investimenti produttivi, saranno pertanto a favore della gente normale, penalizzando allo stesso tempo gli utilizzi parassitari.

Questa è la visione di chi non sostiene una rivoluzione giacobina, ma piuttosto una più simile a quella americana contro l'impero britannico: si stabiliscono delle istituzioni di modo che si realizzi un'armonia tra gli interessi degli imprenditori e dei lavoratori. E si favorisce la piccola proprietà, proprio per rimuovere la distinzione ideologica tra le "classi" dei padroni e dei sudditi.

Inoltre si cerca di stabilire accordi e regole internazionali sulla base della natura sostanziale delle economie, non sulle manipolazioni.

Tra l'altro questa concezione è stata al centro degli sforzi dei maggiori statisti e economisti americani nel 1800, da Alexander Hamilton – primo ministro del Tesoro degli USA – a Henry Carey, l'economista che formò il programma di Abramo Lincoln.

Carey scrisse un bellissimo libro nel 1851 intitolato "L'Armonia degli Interessi" in cui dimostrò che attraverso il protezionismo – posto come alternativa diretta al liberoscambismo dell'impero britannico – si fanno gli interessi sia degli operai e degli agricoltori, che degli imprenditori, nel senso di creare vera crescita economica. Questo perché il protezionismo (Carey si riferiva ai dazi contro le importazioni a basso costo, il dumping) promuove il lavoro all'interno della nazione, rendendo la popolazione più ricca e facendo aumentare sia i consumi interni sia il commercio internazionale.

Si può fare un parallelo con il modello delle piccole e medie imprese in Italia del dopoguerra: un sistema in cui gli interessi del titolare non sono separati da quelli dei suoi dipendenti. Ci vogliono lavoratori qualificati e motivati, e spesso il "capo" lavora insieme a loro piuttosto che trattarli con una visione classista.

Alla fine significa anche ridefinire il concetto di "capitale"; diventa evidente che il vero gap non è tra l'imprenditore produttivo e i dipendenti, ma tra il finanziere parassitario e chi ha a che fare con le attività dell'economia reale.

La domanda che ci poniamo è: perché il prof. Bagnai dice che non è possibile creare una tale cooperazione tra capitale e lavoro?

La storia dimostra che, attraverso la creazione di istituzioni forti e stati nazionali, si può creare un sistema finanziario al servizio dell'economia reale. Il capitale può e deve essere messo a frutto per il progresso materiale e culturale della popolazione.

Questo è il senso della separazione bancaria, sul modello Glass-Steagall. Significa mettere sotto controllo i grandi interessi che manovrano la finanza. Significa che chi pensa solo a speculare non avrà più alcuna garanzia pubblica. Il sistema bancario non potrà essere prestato alla speculazione, come a dire che la cittadinanza in generale non potrà essere chiamata a salvare la classe del "capitale” con il furto dei propri risparmi e del proprio lavoro, come invece vediamo oggi con i salvataggi e l'austerità.

La separazione bancaria va accompagnata da una politica fiscale che penalizzi l'utilizzo improduttivo dei capitali, e da una Banca Nazionale che garantisca il credito e gli investimenti laddove servono per l'interesse generale. Di esempi ce ne sono tanti, anche solo nel '900: la KfW tedesca, la Cassa del Mezzogiorno (fino al trasferimento delle competenze alle Regioni), i meccanismi creati da FDR.

A volte sentiamo l'obiezione che è impossibile costringere il sistema "capitalista” o le istituzioni a fare qualcosa di giusto, e che per forza di cose chi va al potere riflette gli interessi della propria classe. (Non sappiamo se lo crede Bagnai, lo citiamo ai fini della discussione).

Allora, intendiamoci bene, non ci sono dubbi che esista una "classe” di poteri forti, di finanzieri e oligarchi che tentano – e spesso riescono – di gestire e manipolare la società. Ma è compito proprio della politica garantire che questi gruppi non riescano ad impostare la politica di uno Stato.

La storia dimostra che il successo è possibile, e infatti si sono avuti buoni frutti in molti periodi. Se così non fosse non avremmo la situazione di oggi in cui una bella fetta dell'umanità vive in condizioni decenti e può permettersi di esprimere la propria creatività umana anziché lavorare come bestie.

La battaglia per questa armonia (che non esclude la necessità di usare la mano forte contro gli interessi oligarchici) è dura e continua, ma di vittorie nella storia ne abbiamo avute, e crediamo che potremo averne ancora di nuove. Secondo noi la vera base del progresso è proprio quando nel perseguire il bene comune si mette il capitale al servizio del lavoro, cioè quando si creano dei sistemi di investimento nell'economia reale che riescano a migliorare il tenore di vita di tutta la popolazione.

Se non si pone questo obiettivo, basato su esempi di successo anche recenti, si finisce per accettare le regole del sistema oligarchico, che asserisce una differenza inevitabile tra le classi (e anche tra le "razze”), volendo negare la dignità e la creatività di ogni essere umano.

Il sistema liberista vuole mettere l'uno contro l'altro, in un gioco al massacro. A nostro avviso, pensare di sfruttare i meccanismi di mercato – come i cambi fluttuanti – per contrastare le mosse dei poteri forti sarebbe un'illusione, e contribuirebbe solo a rafforzare quegli stessi meccanismi.

Occorre cambiare le regole del gioco riorganizzando il sistema, per sconfiggere il potere oligarchico sull'economia.

Andrew Spannaus

Fonte: http://www.movisol.org/13news137.htm

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