Dalle odiate black list alle sospirate white list

Pubblicato il da IL Grande Inganno

Dalle odiate black list alle sospirate white list
MAURO SPIGNESI.
Tutti ne parlano, ma pochi sanno cosa sono e a cosa servono realmente. Perciò, nella maggior parte dei casi si parla a sproposito delle black list italiane, diventate ormai l’argomento forte, e irresistibile, di chi vuole mostrare i muscoli a Roma. Premessa: le quattro liste nere non riguardano le aziende svizzere, ma solo le persone fisiche e le società italiane, alle quali sono imposte una serie di norme per impedire la frode e l’evasione fiscale. Soltanto indirettamente si ripercuotono, con dei vincoli burocratici, sulle imprese svizzere in rapporti di affari con aziende italiane. In sostanza, si tratta di misure per combattere le famose “società cartiere” specializzate in false fatturazioni o quelle scatole societarie utilizzate per schermare capitali in fuga dal fisco. Se è vero che le quattro black list non contribuiscono a fluidificare le relazioni economiche tra Svizzera ed Italia, altrettanto vero, però, che non hanno quel devastante effetto che solitamente gli si attribuisce in Ticino. Tant’è che il loro impatto economico, secondo gli esperti, è difficile da quantificare e da differenziare da altri fattori che incidono negativamente su queste relazioni.

Il nome è brutto: black list. Risuona come un un avvertimento per tenersi a debita distanza. Presto però la Svizzera potrebbe passare dal nero al bianco, dalle black listi alle white list. L'Italia lo ha promesso nelle trattative in corso tra Roma e Berna, dopo aver tenuto in ammollo la Confederazione considerandola sempre un "paradiso fiscale", nonostante i passi avanti sul fronte dello scambio di informazioni. Proprio muovendo dal presupposto che la Svizzera sia un "paradiso fiscale", l'Italia negli ultimi 15 anni ha approvato una serie di norme (vedi sopra) contro la frode e l'evasione. Quattro decreti legge, per quattro liste nere che riguardano sia le persone fisiche sia le imprese che hanno rapporti economici con la Confederazione o un qualsiasi altro Paese considerato un'oasi fiscale. Un antidoto contro il gioco sporco delle residenze fittizie all'estero per sfuggire all'erario, delle"società cartiere" che sfornano chili di false fatturazioni o delle società fasulle che servono solo a mimetizzare capitali in fuga dal fisco.
Norme che non sono in contrasto col diritto internazionale, incardinate su criteri usati in parte anche dalla Svizzera verso altri Paesi, e che sostanzialmente hanno invertito l'onere della prova: sei tu contribuente che devi dimostrare al fisco italiano che vivi davvero o che fai realmente impresa nella Confederazione. Insomma, Roma ha cercato di tutelarsi anche al costo di complicare i rapporti con i partner economici svizzeri su cui ricade, di riflesso, un maggior onere burocratico per comprovare la correttezza fiscale delle relazioni d'affari. Vincoli burocratici che certo non incoraggiano il business. Ma nonostante queste black list, l'Italia resta sempre uno dei principali partner commerciali della Confederazione con un volume di scambi di oltre 35 miliardi di franchi, mentre gli investimenti diretti svizzeri nel Paese già nel 2011 ammontavano a 25 miliardi di franchi. "Noi tempo fa abbiamo fatto un sondaggio tra le aziende sugli effetti delle liste nere - spiega il vicedirettore della Camera di commercio ticinese Marco Passalia - da cui emergeva chiaramente che i disagi maggiori sono dati dalla burocrazia, dalla montagna di documenti da presentare e dall'incertezza normativa. È pur vero che molti problemi negli ultimi due anni si sono ridotti, che c'è stata una semplificazione. Ma non basta". Peraltro la Svizzera è stata già cancellata dalla black list sugli appalti pubblici. Ora si attende che si chiuda il negoziato con Roma, che farebbe uscire la Confederazione dalle liste nere, regolerebbe i rapporti per i frontalieri e, caduta l'antipatica qualifica di paradiso fiscale, consentirebbe alle banche rossocrociate di lavorare nella Penisola con le stesse prerogative degli istituti di credito locali. Possibilità questa molto importante,perché le banche italiane prosciugate dalla crisi non forniscono crediti sufficienti alle imprese, mentre quelle elvetiche invece potrebbero farlo, assicurando pure grazie al loro "know how" servizi mirati e qualificati di consulenza.
"Io sono fiducioso, il nodo dei rapporti con l'Italia - aggiunge Passalia - è stata l'instabilità. Si sono succeduti troppi governi, e ogni volta siamo stati costretti a ripartire". Questo, insieme all'irrigidimento su alcuni punti, ha trascinato la trattativa per le lunghe. "Ed è stato un male, perché il problema maggiore per le imprese è l'incertezza normativa - nota l'economista Paolo Pamini -. Un fattore che alla lunga sfilaccia i rapporti e scoraggia il business. Se io devo fare affari con una società italiana e ogni volta devo spendere per presentare una montagna di carte o fare attenzione perché cambiano le regole, alla fine rinuncio e cerco nuovi mercati". Un problema che non riguarda, però, soltanto l'Italia. "No - riprende Passalia - problemi simili li abbiamo con la Turchia o le repubbliche della ex Unione sovietica. Faccio un esempio concreto: per operare in Europa, cioè per acquistare o vendere beni e servizi, serve il numero di partita Iva. Dunque, le aziende svizzere devono avere una rappresentanza fiscale. Se la aprono in Germania hanno garanzie per i tempi del recupero dell'imposta e meno procedure; se devono farlo in Italia hanno tempi lunghi e incertezza".
Con il nuovo accordo, la situazione potrebbe cambiare. "Se invece, ma io spero di no, le black list rimanessero, alla lunga per noi potrebbero, paradossalmente, trasformarsi in un vantaggio. Perché - dice Pamini - alla fine un'azienda italiana, come penso sia già successo, si stancherebbe della burocrazia, d'avere sempre il fiato sul collo dello Stato, e si trasferirebbe definitivamente qui in tutta trasparenza".

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@maurospignesi

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