La morte e i segreti del cassiere dell'offshore - di Mauro Spignesi

Pubblicato il da IL Grande Inganno

Si vantava, dicendo che nella sua vita aveva maneggiato parecchi soldi. "Almeno 200 miliardi", aveva raccontato Silvio Fanella, 41 anni, condannato il 17 marzo 2013 a 9 anni per associazione a delinquere stransnazionale, finalizzata al riciclaggio nell'ambito dell'inchiesta Fastweb. Fanella è stato ucciso giovedì mattina, nell'abitazione romana dove scontava gli arresti domiciliari, da una squadra di killer, tra cui uno con trascorsi politici a Verbania. Morendo si è portato dietro decine di segreti off shore.
In Ticino Fanella passava spesso, vi faceva scorrere fiumi di soldi attraverso un dedalo di società, banche, fiduciarie, studi di avvocati di affari. A Lugano la magistratura aveva trovato 12 milioni. Ma anche individuato lo "spallone": Augusto Murri, morto poi suicida. Fanella era considerato il "cassiere" del faccendiere Gennaro Mokbel, l'uomo al centro delle indagini di quella che è stata considerata la più grande truffa italiana, con un giro di riciclaggio valutato attorno ai due miliardi di euro. Una gigantesca "frode carosello" che aveva coinvolto anche i vertici di Fastweb e Telecom Italia Sparkle. Oltre 56 gli indagati. Nell'inchiesta erano rimasti pure impigliati un avvocato luganese, con il figlio, e la moglie che era stata fermata a Cortina dopo aver effettuato alcune operazioni bancarie, ma che poi era stata scagionata. Dalle intercettazioni telefoniche era emerso che padre e figlio (che nel 2010 in un' intervista alla Regione avevano respinto le accuse) si sarebbero occupati "di una parte della rete di società e conti correnti esteri", come aveva scritto nell'ordinanza di custodia cautelare il giudice Aldo Morgigni. Nell'inchiesta si mettevano in evidenza anche alcuni incontri avuti da uno dei legali luganesi a Roma con personaggi che ruotavano attorno a Mokbel. Fanella, parlando con il suo avvocato, nelle itercettazioni telefoniche diceva: "Andiamo a chiuderli e via. Mi faccio dare il contenitore ed è finita". Un riferimento, secondo i magistrati, ai conti correnti luganesi.
Le indagini, che avevano svelato un intreccio fra fondi neri, tangenti, operazioni gestite dalla 'ndrangheta e da ambienti dell'estrema destra, avevano portato pure ad una inchiesta in Ticino. Il Ministero pubblico della Confederazione aveva sequestrato della documentazione in diverse società di Lugano. Tra questa anche la Phonegroup, presieduta allora (siamo nel 2010) da Davide Enderlin, finito qualche mese fa in carcere in Italia per lo scandalo Carige. La Phonegroup era poi uscita dalle indagini con il dissequestro dei conti. La polizia federali aveva pure perquisito una banca a Lugano, dove i magistrati sospettavano ci fossero i soldi di un senatore italiano, Nicola Di Girolamo, poi condannato a 5 anni.
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