Fine dell’euro, fine della globalizzazione? Può darsi, se…, Umberto Bianchi

Pubblicato il da IL Grande Inganno

Fine dell’euro, fine della globalizzazione? Può darsi, se… -
di Umberto Bianchi
I risultati della recente consultazione elettorale sembrano non lasciar dubbio. A farla da padrone, stavolta, sono stati loro, i tanto temuti populismi, con il loro carico di rabbia, dubbi, (euro) scetticismo, disincanto e voglia di rivalsa. Mezza Europa ha visto l’ascesa di gruppi ispirati dal nume euroscettico, in varie salse e versioni. Si va dal neofascismo dell’ellenica “Alba Dorata” e dell’ungherese “Jobbik”, al nazional populismo del Front di Marine Le Pen ed a quello olandese, svedese e danese, passando attraverso il liberal-populismo dell’FPO austriaco ed a quello di vari paesi dell’Europa Orientale, come quello polacco, sino al nostrano regionalismo populista della Lega ed alla confusa nebula penta stellata, ove mille e cento rivendicazioni si affastellano in uno strano soggetto politico, tutto coniugato all’insegna del carisma di Grillo.
La vera sorpresa dei risultati di queste consultazioni, sta nel fatto che le vittorie più eclatanti degli schieramenti euroscettici si sono verificate proprio in quei paesi che, del Nuovo Ordine Mondiale post bellico, sono stati tra i “soci fondatori”, in quanto facenti parte delle “potenze vincitrici” dell’ultimo conflitto mondiale, ovvero Gran Bretagna e Francia. A dire il vero, il risultato elettorale di quest’ultima non sorprende più di tanto, avendo il locale Front National abituato con la propria pluridecennale e tignosa presenza sul proscenio francese, analisti e commentatori politici d’ogni dove. A sorprendere invece, è il risultato del britannico Ukip di Nigel Farage, balzato al primo posto, alla faccia di quello che sembrava l’irremovibile aplomb della politica britannica, tutto imperniato sull’eterna oscillazione tra labour e tories. E questo dovrebbe dircela lunga, sulla gravità e sull’importanza di questo risultato elettorale.
Checchè ne dicano speaker progressisti e buonisti di mezza Europa, checché i vati di “Repubblica” si affannino a ripeterci invano, questo non è un semplice e passeggero malessere elettorale, curabile con buone maniere e dolci parole, magari con la sostituzione di Draghi con un qualsivoglia altro euro-guitto, magari un po’ più giovane e sbarbatello. Questa è una crisi sistemica, la cui irreversibilità è resa indubbia, proprio dal fatto che gli scricchiolii più forti, ora vengono da uno dei centri del Mondialismo, da quella Albione che, ora non più perfida, si scopre a dover fare i conti con una situazione di disagio e malessere interno, precedentemente inimmaginabile. Ad entrare in crisi ora sono quei pilastri buonisti e solidaristi che qualcuno credeva eterni ed inattaccabili ed aveva messo a fondamento dell’intera costruzione europea. In nome di quei pilastri, tutto doveva essere sacrificato. Lavoro, sicurezza sociale, identità, libertà, dovevano essere sacrificati per compiacere una elite di eurocrati spocchiosi ed ignoranti, asserviti, da sinistra a destra, ai desiderata dell’alta finanza atlantica. Ora, tutto questo è finalmente entrato in una fase di crisi senza uscita.
Certo, qualcuno ci potrebbe dire che in Europa i lib-lab hanno ancora i numeri per coalizzarsi in una bella insalatona mista, tipo la merkeliana “Grosse Koalition”. Oppure, guardando al successo controtendenza del nostrano PD, che di imbecilli come gli italiani è difficile trovarne al mondo e che grazie al nostro bel contributo, lo sgangherato circo equestre di Bruxelles potrà ancora vivacchiare per qualche inticchia di tempo in più. E poi, cosa credete voi, che Oltreoceano staranno a contemplare lo sfaldamento del loro bell’euro-giocattolo? Constatazioni ineccepibili, queste, di fronte alle quali, però, fa da contraltare l’inevitabilità della crisi di un modello, quello capitalista globale, che oramai coinvolge non solo il Vecchio Continente, ma il mondo intero.
Andrebbe, anzitutto, detto che, per quanto possano ancora pensare di continuare a vivacchiare sul proscenio, di fronte ai risultati di queste consultazioni, i governanti d’Europa non potranno non tenere da conto certe istanze. Il che potrebbe avere come conseguenza tangibile, quanto meno un notevole ridimensionamento e riassetto in senso più restrittivo, di tutto l’impianto ideologico liberista. Le ipotesi di lavoro più o meno futuribili, non possono però offrirci quella chiave di lettura il più obiettiva possibile della realtà. Per fare questo, è necessario invece analizzare la fisiologia del fenomeno Globalizzazione, per come essa si è venuta prefigurando sino ai nostri giorni. Di quest’ultima andrebbe, anzitutto, notata la vorticosa rapidità con cui è andata affermandosi in Occidente e nel mondo intero negli ultimi tre secoli, sottolineandone però l’esponenziale aumento di rapidità negli ultimi 60-70 anni. Siamo in pochissimo tempo passati dal produttivismo taylorista e fordista più sfrenati, ad una incipiente economia dei servizi figlia di una Post Modernità i cui già poco chiari contorni, sembrano ora dileguarsi di fronte agli inesorabili colpi di una crisi che sembra non concedere scampo a nessuno, tanto da far prefigurare la più che realistica possibilità di una catastrofe economica, sociale e financo climatica a livello globale.
Il problema è che qui sembra si ignori volutamente quella che, della Globalizzazione sembra in questo momento essere la caratteristica portante, per cui Globalizzazione fa direttamente rima con “velocizzazione”. Una velocità che fa sì che, processi prima secolari ora abbiano inizio, svolgimento e termine in pochi decenni. Il liberal liberismo di cui tutti, sino a pochi anni fa, proclamavano le terapeutiche virtù, quel tanto conclamato Nuovo Ordine Mondiale, fondato su solidarismi, buonismi, internazionalismi ed altre ipocrite smielatezze, l’idea di un Eterno Sviluppo, a cui sarebbe seguita la Nuova Gerusalemme, la Civitas Dei del capitale in terra… Sì, tutto questo ora, sta franando, fallendo, clamorosamente! Cinquant’anni di rincoglionimento buonista, ci hanno fatto dimenticare la plurisecolare indomabilità ed ingestibilità della storia europea, nonostante tutti i tentativi in tal senso effettuati dai vari imperi e costruzioni statuali succedutesi nel tempo, a partire dal Sacro Romano Impero, sino all’Impero napoleonico, passando attraverso i moti risorgimentali e ben due guerre mondiali. Il massimo che in Europa si è riusciti ad ottenere, è stata la sottomissione agli Stati Uniti d’America, condita nella salsa di una barcollante casa comune, che ricorda molto più una delle tante gabbie imperiali conosciute nel passato, che altro.
Ora, la coscienza del clamoroso fallimento di tutta questa costruzione, i cui due volti politico-ideologico ed istituzionale si amalgamano e prendono corpo nella progressiva dismissione dell’autorità dei vari stati ad organismi sovranazionali a loro volta rispondenti unicamente ai gruppi di pressione finanziaria internazionali, non implica necessariamente la resa incondizionata di quei poteri forti che, di tutto questo disegno sono stati i principali ispiratori occulti. Anzi. Mai come adesso il Globalismo, sia attraverso il suo braccio militare anglo-usa-franco-israeliano, sia attraverso le classi politiche europee “politically embedded” è stato così prepotente ed arrogante.
La netta sensazione che questo sia l’inizio della fine ha messo, come si suol dire, il “ sale sulla coda” a questi signori che, ora come non mai, cercano di porre dei paletti a definitivo puntello del proprio dominio. Le politiche di austerità, condite da tanto di privatizzazioni e delocalizzazioni, la perdita dei posti di lavoro degli europei, accanto al massiccio ricorso ad una mano d’opera straniera mal pagata, frutto di una scellerata politica delle “porte aperte”, al pari del costante impegno ed indebitamento dei vari paesi occidentali nelle folli imprese neocoloniali USA nei vari contesti dello scacchiere globale, (dall’Afghanistan all’Iraq, dalle “primavere arabe” agli squallidi e vili tentativi di rovesciare il socialismo arabo siriano e via discorrendo), la finanziarizzazione delle varie economie, sono tutte cose che, al di là di qualunque dissertazione teorica, rappresentano i fatti concreti del potere mondialista.
Da queste ultime elezioni europee, è venuto fuori un risultato insperato, che ha conferito ai vari movimenti “populisti” europei un peso precedentemente sconosciuto. Ma, come recita un vecchio adagio popolare, “una rondine non fa primavera”. Per adesso lo schieramento degli euroscettici è frammentato, diviso, ondivago, a causa di origini, percorsi, storie, prassi politiche, del tutto differenti e, non poche volte, in conflitto tra loro.
Lampante, il caso della Lega in Italia. Il movimento fondato da Bossi, ora sotto la nuova gestione Salvini, oltre alla riproposizione in chiave più nazionale di alcuni antichi cavalli di battaglia leghisti, ha optato per il gemellaggio con il Front nazionalista ed antifederalista della Le Pen. Oltretutto, la Lega sta cercando di proporsi nel ruolo di interlocutore protagonista per quanto attiene la ricostruzione e la riedizione di un nuovo polo di “centro destra”. Ora, di fronte agli ultimi eventi elettorali, bisogna chiedersi che senso abbia parlare ancora di “centro destra” o “centro sinistra”, o di fantomatiche “aggregazioni dei moderati”, se si vuole essere coerenti nell’ambito di una logica di seria contrapposizione al Mondialismo. Sarà forse strano a dirsi, per taluni risulterà estraneo alla logica del “bon ton” politico, ma se oggi in Europa ed in Italia, in special modo, siamo ridotti come siamo ridotti, lo dobbiamo a loro, ai “moderati” d’ogni sorta e risma, ai loro attendismi, ai loro cincischiamenti, alle loro logichette da morti di fame che, arrivati alla poltrona, non hanno saputo gestire quanto era stato a loro conferito dagli elettori. Ma soprattutto ed in ispecial modo, lo dobbiamo ad una inerzia e piccineria d’animo, ad una ristrettezza di visione complessiva spaventosa. L’esempio più lampante di quanto affermato, sta nel non lusinghiero risultato del movimento 5 Stelle di grillina memoria. Qui ad essere stato stigmatizzato dal corpo elettorale sono stati i buonismi, le indecisioni, la critica fine a se stessa, accompagnata da una patologica mancanza di chiarezza, che ha invece premiato altre formazioni politiche più “dure”.
Oggi è tempo di parole d’ordine chiare e semplici nella propria radicalità. E’ tempo di scelte senza compromessi. E’ tempo di decisioni forti, ne va di noi e della nostra sopravvivenza come popoli, comunità, nazioni, economie, visioni del mondo. E’ tempo di estremismi. Ed anche in questo l’Italia rappresenta una peculiarità, tutta a sé rispetto al resto d’Europa. Lì a vincere sono state formazioni che, improntate al populismo più duro, hanno saputo mantenere e galvanizzare su di sé l’attenzione dell’opinione pubblica del paese in cui agivano, facendosi portavoce del diffuso malcontento di una larga fascia della popolazione. Da noi, in Italia, così non è stato.
Come abbiamo già precedentemente accennato, la Lega, che pure tra tutte le formazioni euroscettiche ha ottenuto uno dei migliori risultati, è tuttora troppo sbilanciata su una posizione di marcato regionalismo, che non ne potrà mai fare un contenitore di malcontento a livello nazionale. E poi la tentazione di scendere a patti con Forza Italia o di cercare accordi con gli ex AN italofratellati, (sino a poco tempo prima appiattiti sostanzialmente sulle posizioni buoniste della destra di maniera, di matrice finiana), ne rende molto incerta e barcollante la prospettiva di un antagonismo politico di lungo respiro.
Dei tormenti dei penta stellati abbiamo già accennato, aggiungendo che se il movimento grillino proseguirà con contorcimenti e dilemmi buonisti, potrebbe ben presto ritrovarsi a fare da stampella al tanto odiato PD o, più prosaicamente, a sgonfiarsi sino a sparire del tutto dall’agone politico. La sinistra radicale (o per lo meno quel che ne rimane…) degli Tsipras, dei Vendola e degli Spinelli, sembra soffrire dello stesso male che affligge i penta stellati, con le dovute differenze, sostanziate da un’opposizione di cartapesta, in perenne bilico tra l’appoggio al PD e qualche sparata qua e là. Anche qui il buonismo e l’indecisionismo la fanno da padroni.Cosa vuol dire “un’altra Europa”? Dove sta la lotta ai poteri finanziari ed all’Euro? E l’analisi politica? Senza parlare dell’appiattimento su posizioni globaliste e mondialiste in tema di immigrazione, sovranità nazionale e via dicendo.
Per mille e cento ragioni, in Italia arrivare alla nascita immediata di una formazione politica antagonista unitaria è pressoché impossibile. Bisogna pertanto partire da un percorso graduale che, iniziando dalla creazione di sinergie intellettuali e politiche trasversali, all’insegna della più totale radicalità, arrivi alla creazione di un vero e proprio Polo degli “estremisti” in contraltare al nauseabondo fetore di moderatismo che promana dalla politica occidentale. Al centro dell’azione politica e meta politica deve stare un “NO” deciso alla Globalizzazione ed a tutte le sue logiche ricadute. No Euro. No Europa. No Wto. No liberismo. No immigrazione. No Nato/No spese militari. Volendo sintetizzare, “a mali estremi, estremi rimedi”. E poco male che questo dispiaccia a qualcuno e che faccia storcere il nasino a più di qualche compassato benpensante, ma ora non può che essere così. Per raddrizzare una situazione di questo genere, è necessario un colpo di reni tremendo che, solo un progetto politico strutturato in un certo modo può imprimere. Ora che questo colpo di reni lo imprima un rinnovato movimento 5 Stelle o una Lega o un qualsiasi altro soggetto politico in cui confluiscano tutte queste istanze, poco importa. Fondamentale è, invece, sottolineare che liberismo e globalizzazione si stanno approssimando alla fine del proprio percorso, con una velocità ancor maggiore rispetto a quella con cui si sono imposti al mondo.
Sarebbe un peccato che a gestire (malamente) questa fase di passaggio, debbano essere gli stessi che ci hanno condotto all’attuale fase di sfacelo, anche perché significherebbe aggiungere un ulteriore disastro, a quello già incombente. L’ineluttabilità di un processo storico, accompagnata dalla graduale presa di coscienza dei popoli, un po’ in tutto il mondo, lascia sempre meno spazio a trucchetti, astuzie e giravolte elettorali, che hanno oramai i giorni contati. Pertanto più si parlerà chiaro e meglio sarà per tutti. Questi potrebbero divenire in breve gli anni del muro contro muro, di quelle grandi decisioni e del serrato confronto con idee forti,a cui più nessuno, da una parte o dall’altra, potrà più sottrarsi. Termini come destra, sinistra, libero mercato, socialismo, uguaglianza, diritti e, sinanco, democrazia sono oggi in crisi più che mai, in attesa di una riformulazione che solamente un nuovo modello umano ed ideologico, in grado di cavalcare ed andare “oltre” i limiti della Modernità, potrà effettuare.
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